In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Durante un panel alla DragonCon, Richard Garriott ha lasciato intendere che l’IA generativa potrebbe entrare nel processo creativo del prossimo capitolo di Ultima, la serie che ha contribuito a definire il gioco di ruolo occidentale. Non un annuncio, sia chiaro, ma un discorso abbastanza esplicito da far discutere chi era in sala e chi ne ha letto il resoconto dopo.
Stando al racconto di un partecipante all’incontro, quasi metà del tempo sarebbe finita a parlare di strumenti basati sull’intelligenza artificiale e di quello che potrebbero fare per lo sviluppo di un nuovo gioco. Sul tavolo c’erano anche ipotesi più concrete sulla direzione artistica, due su tutte: un Ultima isometrico in pixel art, oppure qualcosa di tridimensionale con una telecamera più vicina a quella di Elden Ring. Il materiale mostrato a supporto, però, era in larga parte composto da immagini generate con ChatGPT. Foreste fantasy, paesaggi piuttosto generici, interfacce che a più di qualcuno hanno ricordato World of Warcraft.
La lingua fantasy nata sulla lavagna
Il momento più raccontato del panel riguarda un progetto personale di Garriott, che con Ultima non c’entra direttamente ma spiega bene il suo entusiasmo. L’autore ha tirato fuori una lavagna avvolta nella pellicola trasparente e ha spiegato che per anni aveva provato a costruire una lingua fantasy originale senza riuscirci davvero, finendo sempre per produrre una variante rielaborata dell’arabo runico. Questa volta ce l’ha fatta, e ce l’ha fatta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Le parole del testimone sono piuttosto nette: “Era euforico per aver utilizzato la tecnologia per riuscire finalmente a portare a termine un progetto che coltivava da tutta la vita, e tutto ciò a cui riuscivo a pensare era che fosse più interessato al risultato finale che al percorso”. Una frase che riassume bene la frattura tra chi vede negli strumenti generativi una scorciatoia utile e chi considera il processo creativo parte integrante del valore di un’opera.
Le domande scomode arrivate dal pubblico
Il panel non è stato una passerella tranquilla. Dalla sala sono arrivate perplessità di natura etica e ambientale, e una domanda in particolare ha centrato il punto: quali garanzie ci sono che un eventuale nuovo Ultima resti un gioco costruito da professionisti capaci di prendere decisioni creative, invece di trasformarsi in un assemblaggio di contenuti generati a partire dal lavoro fatto da altri in passato?
I relatori, sempre secondo il resoconto, hanno risposto senza mettersi sulla difensiva. Hanno spiegato di essere interessati soprattutto alla possibilità che team piccoli riescano a realizzare progetti più ambiziosi grazie a questi strumenti, un argomento che nell’industria torna spesso quando si parla di budget e tempi di sviluppo. Sono stati toccati anche i costi ambientali della tecnologia e l’ipotesi di ricorrere a sistemi addestrati in modo etico. “Sono consapevoli”, il commento di chi era presente, accompagnato però dall’invito a non archiviare la questione come risolta e a continuare a mettere in discussione l’uso dell’IA generativa invece di considerarlo automaticamente un progresso.








