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SpongeBob, la sigla nata apposta per infastidire i genitori

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La sigla di SpongeBob non è diventata un tormentone per caso, e chi l’ha scritta non aveva nessuna intenzione di essere gentile con i genitori. Dietro quel “chi vive in un ananas in fondo al mar?” c’era un piano preciso, quasi dispettoso: costruire il motivetto più fastidioso possibile, quello capace di svegliare tutta la casa il sabato mattina mentre i bambini saltavano davanti alla televisione. A raccontarlo è stato Derek Drymon, che di quella canzone firmò il testo insieme a Stephen Hillenburg, il creatore della serie. La prima volta che quelle note sono andate in onda era il 1 maggio 1999. Ventisette anni dopo, intere generazioni riescono ancora a cantarla a memoria, parola per parola, senza sbagliare un colpo. Non capita spesso con una sigla di cartone animato, e soprattutto non capita per fortuna.

L’idea di Hillenburg era proprio infastidire

Le parole di Drymon non lasciano spazio a interpretazioni: “L’idea di Steve era creare la canzone più fastidiosa possibile, così che il sabato mattina, quando i bambini accendevano la televisione e i genitori cercavano di dormire, ci fosse quel pirata che urlava nell’altra stanza facendo saltare i bambini sul pavimento”. Detta così sembra quasi una vendetta personale contro il riposo domestico. In un certo senso lo era.

Il meccanismo funziona perché è impossibile restare zitti. Il pirata fa la domanda, e la risposta viene fuori da sola, scandita a sillabe: “Spon-ge-Bob!”. Un richiamo e risposta vecchio come il mondo, applicato però a una spugna gialla che vive sott’acqua. La melodia porta la firma di Mark Harrison e Blaise Smith, che hanno messo in musica il testo scritto dai due autori. Il risultato è quel ritmo accelerato, quasi isterico, che entra in testa e non se ne va più.

Una canzone marinaresca dell’Ottocento sotto il cartone

Qui arriva il dettaglio che in pochi conoscono. La sigla non è nata dal nulla: si appoggia su una canzone marinaresca vera, una di quelle “sea shanty” che qualche anno fa sono tornate di moda un po’ ovunque. Il brano di riferimento è Blow the man down, composto intorno al 1860, e non serve un orecchio particolarmente allenato per accorgersene: l’attacco è sostanzialmente lo stesso, solo che nella versione originale non ci sono spugne parlanti né quel ritmo da corsa.

Insomma, Hillenburg ha preso un canto di marinai di metà Ottocento, lo ha accelerato, gli ha appiccicato sopra un pirata che urla e ha ottenuto uno dei pezzi più riconoscibili della televisione per ragazzi. Una scelta coerente, del resto, con l’ambientazione marina di tutta la serie.

Il segreto nascosto nelle immagini iniziali

C’è ancora un particolare che sfugge quasi sempre. Prima che partano i disegni animati, nella sigla compare qualche secondo di acqua ripresa dal vero, immagine reale e non animazione. Quella scena è stata girata in una piscina privata, e il proprietario non era un tecnico qualsiasi: si tratta di Genndy Tartakovsky, l’autore de Il laboratorio di Dexter e di Samurai Jack.

Un dettaglio minuscolo, di pochi fotogrammi, affidato comunque a un nome di quel calibro. Racconta bene che aria si respirava a Nickelodeon in quegli anni, quando anche le cose piccole passavano per mani importanti. La serie ha debuttato ufficialmente il 17 luglio 1999, e da allora quella domanda sull’ananas in fondo al mare è rimasta incollata alla memoria collettiva di chi è cresciuto davanti allo schermo. Con buona pace dei genitori che, il sabato mattina, avrebbero solo voluto dormire ancora un po’.

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