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Tomba egizia, la porta falsa che unisce il mondo dei vivi e dei morti

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Una porta falsa pensata per mettere in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti è l’elemento che colpisce di più nella nuova tomba egizia tornata alla luce. Non è un dettaglio decorativo qualsiasi, ma il cuore simbolico dell’intera sepoltura, il punto in cui, secondo le credenze funerarie dell’antico Egitto, lo spirito del defunto poteva andare e venire. E la persona sepolta lì dentro, a giudicare dai titoli incisi, aveva un curriculum lungo come la coda di una sfinge.

Chi si aspetta un varco vero, con cardini e battenti, rimarrà deluso. La porta falsa è una struttura scolpita nella pietra, una superficie che riproduce l’aspetto di un ingresso senza però condurre da nessuna parte, almeno non in senso fisico. Serviva a chi restava, ai familiari e ai sacerdoti che portavano offerte, e serviva soprattutto a chi non c’era più.

Una porta che non si apre e proprio per questo funziona

Nella logica religiosa egizia il confine tra vita e morte non era un muro invalicabile, ma qualcosa di più simile a una soglia. La porta falsa rappresentava esattamente quel passaggio, un punto di contatto attraverso cui l’anima del defunto poteva raggiungere le offerte lasciate dai vivi e poi tornare indietro. Un dispositivo simbolico, certo, ma preso molto sul serio da chi lo commissionava e da chi lo scolpiva.

Elementi del genere sono tra i più preziosi per gli studiosi, perché di solito non sono muti. Sulle loro superfici venivano incisi nomi, formule e soprattutto titoli, quelli che chiariscono che ruolo avesse la persona sepolta all’interno della macchina amministrativa e religiosa dello Stato. In una tomba egizia, insomma, la porta falsa funziona un po’ come una carta d’identità scolpita nella pietra, con tanto di qualifiche professionali.

Il fatto che l’elemento sia stato trovato ancora nel suo contesto, all’interno di una sepoltura appena individuata, aggiunge valore alla scoperta. Non un frammento staccato e finito chissà dove, ma un pezzo rimasto al proprio posto, con tutto quello che questo comporta in termini di lettura dell’insieme.

Un curriculum lungo come la coda di una sfinge

L’aspetto che più incuriosisce riguarda proprio l’identità del defunto. I titoli associati alla sepoltura raccontano di una figura tutt’altro che marginale, una di quelle persone che nell’antico Egitto accumulavano incarichi su incarichi, spesso a metà strada tra il potere amministrativo e quello religioso. Una carriera stratificata, insomma, del tipo che nelle iscrizioni funerarie occupa righe e righe.

Non era una rarità assoluta, per la verità. Le élite egizie amavano elencare ogni funzione ricoperta, ogni riconoscimento ottenuto, ogni vicinanza al sovrano. La tomba non era soltanto il luogo del riposo eterno, era anche l’ultimo spazio disponibile per fissare per sempre chi si era stati. Un’operazione di memoria, più che di vanità, anche se la linea tra le due cose resta sottile.

La scoperta archeologica si inserisce in quel filone di ritrovamenti che, pur senza tesori d’oro e maschere scintillanti, permettono di ricostruire con maggiore precisione la struttura sociale di un’epoca. Sapere chi era sepolto, quali cariche ricopriva e come veniva ricordato dai suoi contemporanei aiuta a riempire vuoti che le grandi monumentalità, da sole, non colmano.

E poi c’è quell’immagine, difficile da togliersi dalla testa. Una porta scolpita nella roccia, immobile da millenni, costruita con la convinzione assoluta che qualcuno, dall’altra parte, potesse davvero attraversarla. Il mondo dei morti e quello dei vivi separati da pochi centimetri di pietra, e da una fede che ha retto per secoli.

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