Molto prima che il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità finissero al centro dei discorsi di tutti i giorni, J. R. R. Tolkien aveva già messo nero su bianco un universo narrativo in cui il legame tra uomo e ambiente contava eccome. Non era un dettaglio di sfondo, insomma. Era parte della struttura stessa delle sue storie, un filo che attraversava le pagine senza mai davvero interrompersi.
Chi ha letto le sue opere lo sa bene. C’è una cura quasi ossessiva nel descrivere boschi, fiumi, colline e creature di ogni tipo. E non si tratta soltanto di scenografia. La natura, nei suoi racconti, ha un valore che potremmo definire intrinseco, esiste per conto suo, non perché serva a qualcuno. Questo modo di guardare al mondo, tanto naturale per Tolkien, oggi suona sorprendentemente vicino a certe sensibilità ambientaliste che soltanto molti decenni più tardi avrebbero trovato spazio nel dibattito pubblico.
Sviluppo incontrollato e valore della natura
Il punto interessante è proprio qui. Nelle storie di Tolkien lo sviluppo incontrollato viene raccontato quasi sempre come una minaccia. Le macchine, il fumo, la distruzione dei paesaggi, tutto questo appare come qualcosa di oscuro, che divora e impoverisce ciò che tocca. La contrapposizione tra il rispetto per l’ambiente e l’avanzata cieca del progresso è un tema che ritorna, e che colpisce ancora oggi per la sua attualità.
Non stupisce quindi che, con il passare del tempo, molti abbiano iniziato a leggere quelle pagine con occhi diversi. Perché quando si parla di perdita di biodiversità o di equilibri ambientali fragili, ci si accorge che certe intuizioni erano già lì, custodite in un mondo di finzione. Tolkien non usava il linguaggio scientifico di oggi, ovviamente. Eppure il messaggio di fondo, quel senso di allarme davanti a un mondo che rischia di essere consumato, arriva forte e chiaro. C’è chi si spinge a dire che l’autore avesse in qualche modo previsto le grandi questioni ambientali del nostro tempo. Forse è una lettura un po’ generosa. Più probabile che si trattasse di una sensibilità profonda, radicata nel suo amore per la campagna inglese e nella diffidenza verso l’industrializzazione che stava trasformando il paesaggio davanti ai suoi occhi. Quella sensibilità, però, ha finito per diventare universale.
Le sue opere continuano a esaltare il valore della natura in ogni sua forma, dai piccoli angoli tranquilli fino alle grandi foreste antiche. E lo fanno criticando, senza mezzi termini, chi vorrebbe piegare tutto alla logica dello sfruttamento. È un equilibrio narrativo che parla ancora al presente, e che spiega perché quelle storie continuino a essere lette e amate anche da chi cerca, tra le righe, qualcosa che vada oltre la semplice avventura fantastica.


