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Tigre della Tasmania: estinta per un mito, lo rivela la scienza

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La tigre della Tasmania è stata cancellata dalla faccia della Terra per un motivo che, alla prova dei fatti, non stava in piedi: gli allevatori la consideravano una minaccia per il bestiame e la perseguirono fino all’estinzione, ma la scienza ha ora dimostrato che quella convinzione era un mito. Il tilacino, questo il nome corretto dell’animale, non aveva le caratteristiche fisiche necessarie per abbattere grandi prede. Sembrava un lupo, aveva le strisce di una tigre, e tanto è bastato per costruirgli addosso una reputazione da predatore feroce che non gli apparteneva.

Il ragionamento che condannò il tilacino era semplice, quasi elementare. Un animale con quel muso allungato, quelle proporzioni da cane di taglia media grande e quel mantello striato non poteva che essere un cacciatore capace di gettarsi su una pecora e portarla via. L’aspetto, però, racconta bugie molto più spesso di quanto si pensi. E in questo caso ha raccontato la bugia più costosa possibile, quella che ha portato una specie intera a scomparire.

Un aspetto ingannevole e una fama costruita male

L’errore di fondo è di quelli che in biologia si ripetono con una certa regolarità: confondere la somiglianza esteriore con la capacità reale. Due animali possono assomigliarsi molto senza condividere la stessa forza, la stessa potenza del morso, la stessa struttura muscolare. La convergenza nell’aspetto non porta automaticamente con sé la convergenza nelle prestazioni. Il tilacino ricordava un canide, ma era un marsupiale, con una storia evolutiva completamente diversa alle spalle.

Le analisi condotte dagli studiosi hanno messo a fuoco proprio questo punto. Il corpo del tilacino non era attrezzato per gestire prede di grossa taglia, quelle che richiedono una presa saldissima, una mandibola robusta e la capacità di sostenere la lotta con un animale che si difende e pesa quanto o più del predatore. Il repertorio dell’animale si fermava molto prima, su bersagli di dimensioni ridotte. Il che, tradotto in termini pratici, significa che le pecore degli allevatori non erano nel suo menù, o almeno non nel modo in cui si è sempre creduto.

Una specie condannata da un sospetto

Il paradosso è amaro. La caccia sistematica al tilacino nacque da una percezione, non da una verifica. Bastava il sospetto, bastava l’aspetto, bastava che qualcuno indicasse quell’animale come responsabile delle perdite di bestiame perché si mettesse in moto una pressione che la specie non ha retto. Nessuno, all’epoca, si è fermato a chiedersi se quel presunto predatore avesse davvero i mezzi per fare ciò di cui veniva accusato.

Oggi la risposta arriva da misurazioni e da analisi anatomiche, non da impressioni. E ribalta la narrazione tramandata per generazioni. Il tilacino non era il killer del gregge, era un cacciatore di taglia modesta con un morso e una struttura che lo tenevano lontano dalle prede grandi. Le accuse che lo hanno portato alla scomparsa erano, semplicemente, sbagliate.

Resta il fatto che la correzione arriva quando non c’è più nulla da correggere sul campo. La tigre della Tasmania non esiste più, e la scienza può soltanto ricostruire cosa quell’animale fosse davvero, non cosa si immaginava che fosse. Un esercizio che serve, se non altro, a capire quanto pesino le convinzioni sbagliate quando si trasformano in azione.

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