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Tar lily, la scoperta a 1.900 metri che sembra Stranger Things

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Nel 2014 una spedizione partita per cercare un relitto adagiato a 1.900 metri di profondità si è ritrovata davanti a qualcosa di completamente diverso, ribattezzato poi tar lily, letteralmente un giglio di catrame. Nessuna nave affondata, nessuno scafo arrugginito, ma una formazione scura e dall’aspetto tanto strano da lasciare interdetti anche gli scienziati che la stavano guardando in diretta dagli schermi.

Il termine giglio di catrame rende bene l’idea. Una struttura che ricorda vagamente un fiore, con petali che si aprono sul fondale, e allo stesso tempo una materia nera, densa, appiccicosa. Il commento che ha accompagnato le immagini rendeva perfettamente l’atmosfera del momento, con quel riferimento al Sottosopra di Stranger Things che a guardare la scena non sembra nemmeno una battuta esagerata. È il tipo di paesaggio che uno si aspetta in un film, non in una missione scientifica pianificata a tavolino.

Una spedizione nata per tutt’altro

L’obiettivo iniziale era chiaro, cercare un relitto. Le esplorazioni sottomarine funzionano spesso così, si scende con una lista di coordinate e un’idea abbastanza precisa di cosa dovrebbe esserci laggiù, poi la realtà decide diversamente. A quasi due chilometri sotto la superficie la luce del sole non arriva, la pressione è enorme e ogni ricognizione dipende da veicoli comandati a distanza che inviano immagini in tempo reale verso la nave appoggio.

Trovare un oggetto sconosciuto in quelle condizioni significa dover ricostruire tutto da zero. Non c’è un catalogo da consultare al volo, non c’è un archeologo che possa dire in due secondi di cosa si tratta. Le prime reazioni sono quasi sempre di stupore, e solo dopo arriva il tentativo di dare un nome alla cosa. In questo caso il nome è arrivato in fretta, ed è rimasto attaccato a quella formazione come un soprannome che descrive meglio di qualsiasi definizione tecnica.

Perché il tar lily colpisce così tanto

Quello che rende il tar lily una scoperta memorabile non è tanto la sua dimensione o la sua rarità, quanto l’effetto immediato che produce su chi lo osserva. C’è qualcosa di profondamente alieno in quelle forme, un contrasto tra la geometria quasi floreale e la consistenza catramosa che spinge il cervello a cercare paragoni fuori dal mondo reale. Da qui la citazione al Sottosopra, la dimensione parallela oscura e vischiosa diventata famosa grazie alla serie televisiva.

Le profondità marine continuano a restituire immagini di questo tipo con una regolarità che dovrebbe far riflettere. Ogni volta che un veicolo scende oltre i mille metri, la probabilità di incrociare qualcosa di mai visto prima resta alta. Buona parte del fondale oceanico non è mai stata osservata da vicino, e le mappe che abbiamo sono spesso ricostruzioni indirette più che fotografie.

La ricerca del relitto, in quell’occasione del 2014, è passata in secondo piano. Capita, nelle campagne di esplorazione, che l’imprevisto valga più dell’obiettivo dichiarato. Un fondale a 1.900 metri che nasconde un giglio di catrame vale come promemoria del fatto che la conoscenza degli oceani è ancora piena di caselle vuote, e che a volte basta puntare una telecamera nel posto giusto per riempirne una in modo del tutto inatteso.

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