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Tian’e Longtan Bridge, il nuovo record dei ponti ad arco

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Con una campata principale da 600 metri, il ponte ad arco in calcestruzzo costruito nella regione cinese del Guangxi ha spostato in avanti un limite che sembrava ormai assestato da tempo. Si chiama Tian’e Longtan Bridge e il suo primato non sta soltanto nella misura, per quanto la misura da sola basti a far girare la testa a chi si occupa di infrastrutture. Il precedente record per questa tipologia si fermava a 445 metri, il che significa un salto in avanti del 35% in una categoria dove i progressi si misurano di solito a piccoli passi. Chi lavora con il calcestruzzo conosce bene il paradosso che accompagna queste opere da decenni. Più cresce la distanza da superare, più la struttura diventa pesante, e quel peso non serve a reggere il traffico ma finisce per gravare sulla struttura stessa. Auto e camion, in un certo senso, arrivano dopo. Il vero avversario dell’ingegnere è la massa che l’arco deve sostenere ancora prima di essere aperto al passaggio dei veicoli.

Il peso proprio, il vero nemico degli archi in calcestruzzo

Nei grandi archi in calcestruzzo il carico permanente genera oltre il 90% delle sollecitazioni complessive. Detto in parole povere, la struttura passa quasi tutta la sua vita a combattere contro sé stessa. È questo il motivo per cui allungare la campata non è mai stato un problema di ambizione, ma di fisica pura: ogni metro in più porta con sé materiale aggiuntivo, e quel materiale pesa, e quel peso richiede altro materiale per essere sorretto. Un circolo che, superata una certa soglia, diventa insostenibile sul piano progettuale prima ancora che economico.

La soluzione adottata per il Tian’e Longtan Bridge ha lavorato esattamente su questo punto. L’arco è stato diviso in due nervature separate, invece di essere concepito come un corpo unico e compatto. Alcune porzioni della struttura, quelle sottoposte a sollecitazioni minori, sono state semplicemente eliminate. Un approccio che ricorda la logica dello scultore più che quella del costruttore, togliere invece di aggiungere, lasciare materiale solo dove serve davvero.

Dai 23 metri ai 13 metri di larghezza

Il risultato più concreto di questa impostazione si legge in un numero preciso. La larghezza complessiva delle superfici principali è scesa da 23 a 13 metri, un alleggerimento tutt’altro che marginale se si considera la scala dell’opera. Meno superficie significa meno calcestruzzo, meno calcestruzzo significa meno peso proprio, e meno peso proprio significa la possibilità di allungare la campata senza far esplodere le sollecitazioni interne.

Il salto dai 445 metri del vecchio primato ai 600 metri attuali nasce quindi da una scelta progettuale piuttosto che da una nuova generazione di materiali. Non un colpo di scena tecnologico, ma una revisione di come viene distribuita la materia lungo l’arco. In una disciplina dove il margine di errore è ridotto al minimo e ogni tonnellata risparmiata si traduce in metri guadagnati, questo tipo di ripensamento vale quanto un’innovazione di laboratorio. La regione del Guangxi, nel sud della Cina, ospita così un’opera che ridefinisce cosa sia possibile fare con una tecnica costruttiva tra le più antiche e collaudate dell’ingegneria civile. L’arco in calcestruzzo, forma che sembrava aver dato tutto quello che poteva dare, si è dimostrato capace di un ultimo scatto proprio dove tutti davano per scontato che i conti non tornassero più.

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