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Con The Man I Love Ira Sachs firma un dramma intimo che al Festival di San Sebastián 2026 ha lasciato il segno senza alzare mai la voce, affidandosi al volto e alla voce di un Rami Malek in stato di grazia. Jimmy George, il protagonista, non si arrende: è tornato a recitare dopo molto tempo, sembra persino essersi ripreso. Da cosa, il film non ha fretta di spiegarlo. Tutto emerge quando deve emergere, e nemmeno un minuto prima.
Siamo a New York, siamo negli anni Ottanta. Jimmy sta preparando un nuovo lavoro, uno spettacolo Off Broadway, cioè una produzione teatrale ospitata in un piccolo teatro della città, che consiste nel riprodurre parola per parola una scena precisa del film canadese Il était une fois dans l’Est, quella in cui Carmen, diva della canzone, litiga furiosamente con i suoi musicisti. Farlo bene, per Jimmy, conta parecchio. È stato lontano dai palcoscenici e adesso sente addosso pressione, paura, frustrazione. Una sfida vera, anche perché il suo cervello non funziona più del tutto come prima. Fatica a memorizzare le battute, fatica a ricordare i movimenti.
Un ritratto che accompagna invece di compatire
Jimmy vive con il fidanzato Dennis, interpretato da un ottimo e gentilissimo Tom Sturridge, che oltre a essere il compagno è anche chi si prende cura di lui. Il ricovero in ospedale è alle spalle, e con questo nuovo progetto è tornato ad assaporare qualcosa di simile alla gioia e al buonumore. The Man I Love racconta la vita di un uomo nel pieno della crisi dell’Aids, una parola che Sachs non pronuncia mai ad alta voce. Ed è anche la storia di come il virus tocchi tutti quelli che gli stanno intorno: il fidanzato, la sorella, l’amante, il cognato, il nipote, i genitori.
Il regista evita accuratamente la scorciatoia della sofferenza esibita. Attorno a Jimmy c’è una certa malinconia, questo sì, ma c’è soprattutto un uomo che vuole, che si diverte, che ama e che desidera. Nessuna compassione, nessuna condiscendenza verso il malato. Il film semplicemente sta lì, accanto a lui.
La macchina da presa che resta ferma e lascia respirare
La scelta formale di Ira Sachs è chiara: piani fissi e lunghi, tempo concesso ai personaggi per esistere e reagire. Il risultato è talmente naturale e accogliente che a tratti sembra di essere stati invitati a prendere un caffè a casa del protagonista, ad assistere alle prove dello spettacolo, a partecipare alle nozze d’oro dei suoi genitori. Ed è proprio durante quella festa che Malek regala uno dei momenti più commoventi del film, quando canta una canzone che parla di lui, di ciò che la malattia ha innescato e che ormai non ha più marcia indietro.
Non è l’unico passaggio che colpisce. C’è la confessione affidata a una videocassetta, destinata a restare dopo la sua morte, in cui elenca tutte le cose fatte e mai raccontate a nessuno. C’è il debutto davanti al pubblico dello spettacolo provato per mesi, e l’incapacità di cominciare. Momenti costruiti senza enfasi, senza musica che spinga sull’emozione, senza il bisogno di spiegare al pubblico cosa dovrebbe provare.
Accanto a Malek e Sturridge, il cast mette in fila Rebecca Hall ed Ebon Moss Bachrach, dentro un racconto corale che allarga lo sguardo oltre il protagonista senza mai perderlo di vista. È un dramma queer nel senso più pieno del termine, perché racconta un’intimità precisa, un corpo, un desiderio, una rete di affetti che si stringe attorno a una diagnosi mai nominata.
The Man I Love strazia con tanto tatto e tanta verità che ci si accorge di quello che sta accadendo solo quando è ormai troppo tardi.
Fonte: TecnoAndroid








