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Tesla a processo in California: accuse di razzismo a Fremont

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Un processo che potrebbe ridisegnare le regole del lavoro in California è appena partito e al centro c’è Tesla, chiamata a rispondere di anni di presunto razzismo sistemico nello stabilimento di assemblaggio di Fremont, il suo impianto più rappresentativo. La causa civile riguarda decine di lavoratori neri che denunciano molestie, insulti e disparità di trattamento andate avanti per anni senza che nessuno intervenisse davvero.

Durante le dichiarazioni di apertura, lunedì, l’avvocato del Dipartimento per i diritti civili della California, Brett Watson, ha messo sul tavolo materiale pesante. Fotografie e documenti processuali che mostrano svastiche incise sulle superfici della fabbrica, uso diffuso della parola che inizia per N, immagini di bandiere confederate e altri simboli suprematisti sparsi per lo stabilimento di Fremont. Alcuni dipendenti neri hanno raccontato di aver ricevuto messaggi come “Tornatene in Africa” e “Vuoi penzolare da un albero?”.

Non solo insulti: paghe e mansioni al centro delle accuse

Le accuse vanno oltre le molestie verbali. Diversi lavoratori sostengono che l’azienda di Elon Musk abbia applicato loro retribuzioni diseguali, assegnato mansioni peggiori e offerto meno occasioni di crescita professionale rispetto ai colleghi. Le prime segnalazioni di un clima razzista mai affrontato seriamente nell’impianto risalgono al 2012, mentre la causa attualmente in aula è stata depositata dieci anni dopo, nel 2022.

Non è nemmeno la prima volta che Tesla finisce in tribunale su questo terreno. Sempre nel 2022 un ex dipendente dello stesso stabilimento, Owen Diaz, aveva ottenuto un risarcimento superiore ai 2,8 milioni di euro proprio per accuse di discriminazione razziale. Un precedente che pesa, anche perché parla dello stesso luogo di lavoro e dello stesso tipo di episodi. L’azienda respinge tutto. Ha definito la causa “fuorviante” e ha lasciato intendere di essere lei, semmai, la parte danneggiata da questa vicenda. Una linea difensiva che si è vista chiaramente già dalle prime battute del dibattimento.

La difesa e il giudice che deciderà da solo

L’avvocato principale di Tesla, Tyree Jones, ha risposto alle accuse dello Stato pronunciando ripetutamente l’epiteto razziale per costruire la sua argomentazione. Secondo Jones, nel contesto della catena di montaggio quella parola veniva usata di frequente come saluto informale tra lavoratori neri, non come insulto offensivo. Una tesi che, com’era prevedibile, ha alzato parecchio la temperatura dell’aula.

Il processo si svolge senza giuria. Sarà il giudice Peter Borkon a stabilire, da solo, se Tesla abbia violato le leggi sui diritti civili della California. Nel caso lo Stato dovesse spuntarla, Borkon avrebbe il potere di imporre all’azienda una revisione profonda delle politiche del lavoro e delle procedure delle risorse umane. Non un semplice assegno da staccare, quindi, ma un intervento strutturale su come la fabbrica gestisce il personale.

E qui sta il punto che interessa ben oltre i cancelli di Fremont. Trattandosi di uno degli stabilimenti più noti di Tesla, la decisione del giudice può avere effetti a catena su tutta la Silicon Valley, toccando le politiche di equità nei luoghi di lavoro delle aziende tecnologiche. È anche un banco di prova per le rigide leggi antidiscriminazione dello Stato, che raramente hanno avuto un caso così visibile su cui misurarsi.

Il calendario prevede la conclusione del dibattimento verso fine ottobre. Fino ad allora il tribunale continuerà ad ascoltare testimonianze e a esaminare le prove raccolte dal Dipartimento per i diritti civili, che sostiene di poter dimostrare un quadro di discriminazione razziale non episodico ma strutturale, tollerato e mai corretto dall’azienda. Né Tesla né il Dipartimento per i diritti civili della California hanno risposto immediatamente alle richieste di commento sulla vicenda.

Fonte: TecnoAndroid

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