Chi in questi giorni si è fermato a fare il pieno prima delle vacanze avrà notato che qualcosa non torna. Il taglio delle accise annunciato dal Governo con grande enfasi, 17 centesimi di sconto presentato come un aiuto per gli italiani in viaggio, si è rivelato ben poca cosa. Alla data del 3 agosto, guardando i numeri ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, quel salvagente ha tutta l’aria di essere un peso morto.
Nonostante lo sconto di Stato, il prezzo medio del gasolio in modalità self service ha superato ampiamente la soglia dei 2 euro al litro in quasi tutta la penisola. In Calabria si viaggia a 2,12 euro, in Sicilia a 2,125 euro, nella Provincia di Bolzano si arriva a 2,138 euro. E chi ha la sfortuna di dover rifornire in autostrada deve mettere in conto un vero salasso: la media nazionale del diesel sulla rete autostradale tocca i 2,174 euro al litro.
Tre mezze verità dietro lo sconto lampo
Ma come è possibile che con uno sconto di 17 centesimi i prezzi restino così alti? La spiegazione sta in ciò che non è stato raccontato per intero. Il Decreto Legge 133/2026 ha ridotto le accise soltanto sul gasolio e soltanto per dieci giorni, dal 28 luglio al 6 agosto. Questo significa che dal 7 agosto, proprio quando milioni di persone si metteranno in macchina per raggiungere le località di villeggiatura, quei 17 centesimi torneranno puntualmente sul prezzo. Uno sconto già svanito prima ancora di finire nei serbatoi, mangiato dalle speculazioni estive e dalle tensioni internazionali.
I dati ministeriali raccontano un paradosso curioso. In Campania la benzina si trova a 1,997 euro e il gasolio a 2,110 euro. In Puglia benzina a 2,013 euro e gasolio a 2,107 euro. Il diesel, unico carburante ad aver beneficiato del famoso taglio, costa in media 10 o 11 centesimi in più rispetto alla benzina. Il carburante scontato, insomma, costa più di quello tassato per intero. E il conto lo paga anche l’intera filiera logistica italiana: se il gasolio sale, i trasporti diventano più cari, e l’inflazione sugli scaffali dei supermercati fa il resto.
Chi ci guadagna davvero sul caro carburante
Mentre gli automobilisti contano i centesimi al distributore, c’è chi su questa situazione incassa cifre importanti: lo Stato. Il meccanismo si chiama IVA. In Italia l’imposta al 22 per cento non si applica solo al costo industriale del carburante, ma anche sull’accisa stessa. Una tassa calcolata sopra un’altra tassa.
Cosa accade quando il petrolio sale per una crisi in Medio Oriente o per la speculazione tipica dei mesi estivi? Il prezzo base cresce, e con esso l’IVA calcolata su quel prezzo. Senza muovere un dito, il Ministero dell’Economia si ritrova in cassa un extra gettito di centinaia di milioni di euro. Lo Stato diventa così l’unico vero beneficiario del caro carburanti. I 17 centesimi restituiti in questi dieci giorni non sono un regalo, ma una piccola frazione dei soldi già prelevati nelle settimane precedenti proprio grazie all’IVA gonfiata. Denaro degli automobilisti usato per confezionare uno sconto a tempo. Con l’esodo estivo ormai avviato, la realtà è che le accise non si cancellano, e quest’anno il pieno per andare in vacanza si sta pagando due volte.










