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Una gigantesca macchia solare comparsa nel 1947 riporta al centro del dibattito scientifico la possibilità che il Sole sia in grado di produrre un superflare, cioè un brillamento decine di volte più potente del più intenso mai misurato dagli strumenti moderni. Non si tratta di uno scenario da film catastrofico buttato lì per fare rumore, ma della conclusione a cui è arrivato un nuovo lavoro di ricerca che ha rimesso mano ai dati storici delle osservazioni solari, arrivando a una stima tanto semplice quanto scomoda: un evento del genere potrebbe verificarsi all’incirca una volta ogni cento anni.
Il punto di partenza è proprio quella macchia solare del 1947, un’area scura sulla superficie della nostra stella di dimensioni fuori scala rispetto a quelle che vengono osservate normalmente. Le macchie solari sono zone in cui il campo magnetico si concentra in modo particolarmente intenso, e più grande è la macchia, più energia magnetica resta immagazzinata e pronta a essere liberata. È da lì che nascono i brillamenti, improvvisi rilasci di radiazione che in pochi minuti scaricano nello spazio quantità di energia difficili anche solo da immaginare.
Cosa significa davvero parlare di superflare
La parola superflare viene usata per indicare brillamenti molto più violenti di quelli che rientrano nella normale attività della nostra stella. Il nuovo studio stima che il Sole abbia il potenziale per generare eventi decine di volte più forti del più energetico mai registrato dalle misurazioni dirette, e questo cambia parecchio la prospettiva. Fino a poco tempo fa fenomeni di quel tipo venivano associati soprattutto ad altre stelle, spesso più giovani e più turbolente della nostra. L’idea che anche il Sole rientri nella categoria, sia pure con una frequenza bassa, sposta il problema dal piano teorico a quello concreto.
La macchia del 1947 funziona in questo senso come una specie di metro di paragone storico. Osservata quando le tecniche di monitoraggio erano ben più rudimentali di oggi, resta comunque una delle strutture magnetiche più imponenti mai documentate sulla superficie solare. Ricostruire quanta energia potesse contenere permette di stimare il limite superiore di ciò che la stella è capace di fare, e quel limite risulta molto più alto di quanto suggerirebbero i soli decenni di osservazioni satellitari.
Una volta per secolo, e cosa comporta
La cadenza indicata dalla ricerca, circa un brillamento estremo per secolo, non va letta come un appuntamento fissato sul calendario. Funziona più come una probabilità statistica: eventi di quella portata sono rari, ma non eccezionali al punto da poter essere ignorati. E il fatto che l’ultima macchia solare di quelle proporzioni risalga al 1947 rende la questione tutt’altro che accademica.
Il motivo dell’interesse è facile da intuire. Un brillamento di intensità estrema investe la Terra con un’ondata di radiazione capace di disturbare le comunicazioni radio, i sistemi satellitari e, nei casi più severi, le reti elettriche a terra. L’attività solare di oggi trova una società molto più dipendente dall’elettronica rispetto a quella del secolo scorso, e questo amplifica le conseguenze potenziali di un fenomeno che in sé non è cambiato.
Lo studio non annuncia un evento imminente né indica una data. Si limita a ridefinire il perimetro di ciò che il Sole può fare, alzando l’asticella rispetto alle stime precedenti e suggerendo che il record misurato finora non rappresenti affatto il tetto massimo dell’attività della nostra stella.
Fonte: TecnoAndroid








