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Il recupero dello stadio superiore di Starship è finalmente andato in porto, in tutti i sensi, dopo circa 24 giorni passati in mare. Il veicolo utilizzato per il tredicesimo volo non è esploso al momento dell’ammaraggio, cosa tutt’altro che scontata viste le prove precedenti, e questo significa che gli ingegneri di SpaceX hanno finalmente qualcosa di concreto da smontare, misurare e studiare. Un pezzo di hardware reduce da un rientro atmosferico vero, non un mucchio di rottami sparsi sul fondo dell’oceano.
Il tredicesimo volo era stato lanciato a fine luglio e aveva centrato quasi tutti gli obiettivi in programma, compreso il rilascio di 20 satelliti Starlink V3 e la riaccensione di un motore nello spazio. Il neo era arrivato dal primo stadio: il Super Heavy Booster 20 non ha acceso i motori per frenare la discesa ed è esploso al contatto con l’Oceano Atlantico, colpendo l’acqua a velocità troppo elevata.
Ship 40 è arrivata intera all’Isola di Natale
Discorso completamente diverso per il secondo stadio. Ship 40 è ammarata nell’Oceano Indiano, a nordovest dell’Australia, con una delicatezza che le riprese effettuate da un drone hanno documentato bene: struttura integra, nessun cedimento evidente. La prima ispezione visiva ha permesso a SpaceX di confermare che il nuovo scudo termico ha lavorato piuttosto bene, e non è un dettaglio da poco, perché è proprio la protezione termica il punto su cui il programma continua a battere da mesi.
Portare a casa il veicolo, però, è stata un’altra storia. Le condizioni del mare hanno rallentato parecchio le operazioni, e solo dopo 24 giorni la squadra di recupero è riuscita a chiudere il cerchio. Una nave ha trainato Ship 40, circa 52 metri di lunghezza e 9 metri di diametro, fino al porto dell’Isola di Natale, in Australia. Un rimorchio lento, complicato, con un oggetto che non è esattamente pensato per galleggiare in giro per l’Oceano Indiano.
Le prossime mosse e il nodo del trasporto a Starbase
Adesso un gruppo di ingegneri di SpaceX raggiungerà l’isola per condurre analisi più approfondite sul veicolo in acque più tranquille, prima di provare a riportarlo a Starbase. E qui si apre il problema logistico più curioso di tutta la vicenda: Ship 40 è semplicemente troppo grande per essere caricata su un aereo. L’unico mezzo possibile resta una nave, con tutto quello che comporta in termini di tempi e costi.
Sul fronte dei prossimi lanci, si era parlato della possibilità di tentare la cattura al volo dello stadio superiore con le “braccia” della torre di lancio durante il quattordicesimo volo, replicando quanto già fatto con il booster. Elon Musk ha però comunicato che la manovra non verrà tentata in quell’occasione. Se ne riparlerà più avanti.
L’obiettivo di fondo, comunque, non cambia di una virgola: arrivare alla completa riutilizzabilità di Starship, sia per il primo che per il secondo stadio. È la condizione necessaria per aumentare in modo drastico la frequenza dei lanci, con l’ambizione dichiarata di arrivare ad almeno un volo al giorno nel corso del 2027. Numeri che oggi sembrano enormi, ma che spiegano perché ogni singolo pezzo recuperato intatto valga tanto per il programma: ogni pannello dello scudo, ogni saldatura, ogni segno lasciato dal calore del rientro diventa materiale di studio per capire quanto manca davvero al riutilizzo rapido del veicolo.









