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Da vent’anni la NASA lavora per far nascere una vera economia in orbita terrestre bassa, e oggi quel progetto si trova davanti a un ostacolo serio. SpaceX ha comunicato all’agenzia di non voler più far volare Crew Dragon né il razzo Falcon 9 verso quella fascia di spazio dopo il 2030, lasciando senza un piano solido chi contava su quei voli per il futuro degli astronauti.
L’idea era nata vent’anni fa con un programma per sviluppare veicoli privati destinati al rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale. L’obiettivo dichiarato era stimolare il settore privato a costruire sistemi di trasporto sicuri, affidabili ed economici. Col tempo la visione si è allargata fino a immaginare un intero ecosistema commerciale fatto di trasporti, stazioni spaziali, manifattura e turismo, con la NASA ridotta a uno dei tanti clienti. Ancora nell’aprile 2024 l’agenzia ribadiva il proprio impegno a favore di un’economia spaziale commerciale robusta. Appena due anni dopo, con la seconda corsa allo spazio che spinge verso una base stabile sulla Luna, quei piani sembrano andare storti.
Perché SpaceX si sfila e cosa può fare la NASA
SpaceX ha accettato di supportare la stazione fino al 2030, poi manderà in pensione la capsula. Alle aziende che stanno sviluppando stazioni private, come Axiom Space, Voyager Space e Vast Space, è stato detto chiaramente che non potranno prenotare missioni Dragon. Costringere la società a continuare è di fatto impossibile. La NASA ha investito circa 2,7 miliardi di euro nello sviluppo e nella certificazione del veicolo nell’ambito del Commercial Crew Program, ma il contratto prevedeva appena sei missioni. Quelle già volate sono 13, un’altra partirà a breve e l’accordo più recente copre i voli fino alla missione Crew 17. Gli obblighi, insomma, sono stati ampiamente rispettati.
C’è poi una questione di equilibri economici. Oggi la maggior parte dei ricavi dell’azienda arriva da Starlink e, nei documenti finanziari legati alla quotazione in Borsa di quest’anno, la compagnia prevede che il grosso delle entrate future verrà dalla rete satellitare e dai data center orbitali. La categoria in cui rientra la NASA vale circa l’1% del mercato potenziale stimato dall’azienda. L’amministratore Jared Isaacman lo ha ammesso apertamente, spiegando che non è un segreto la volontà di SpaceX di dismettere Falcon e Dragon per concentrarsi su Starship. Proprio Starship potrebbe portare in orbita decine di persone alla volta, contro le quattro di Dragon, ma la società non ha intenzione di svilupparlo per i lanci con equipaggio verso l’orbita terrestre. Salita e rientro con esseri umani a bordo sollevano parecchi nodi di sicurezza e regolamentazione, e l’eventuale capitale politico dell’agenzia sarà speso piuttosto per la versione lunare destinata al programma Artemis.
La scommessa su Boeing e le alternative che mancano
L’altro partner del programma era Boeing, che finora ha ricevuto circa 4,4 miliardi di euro per sviluppare Starliner senza aver mai compiuto una missione operativa verso la stazione. Nonostante questo la NASA investirà altri 310 milioni di euro circa per sistemare il sistema di propulsione della capsula e certificare il razzo Vulcan. La speranza è che Starliner affianchi i voli fino alla fine della Stazione Spaziale Internazionale e poi serva gli operatori privati. Diversi critici ritengono che così Boeing ottenga un monopolio sul volo umano occidentale in orbita bassa per i prossimi dieci o venti anni. Altri fanno notare che, dopo investimenti tanto pesanti, abbandonare il progetto sarebbe stato finanziariamente irresponsabile.
Qualcuno avrebbe preferito una nuova gara, un Commercial Crew 2.0 con Blue Origin, Sierra Nevada o The Exploration Company, ma sarebbe costata miliardi e Isaacman non sembra disposto a spenderli. Per le esigenze della NASA, circa due posti ogni sei o nove mesi, Boeing viene considerata sufficiente. Il problema vero sono i prezzi. Un posto sui primi voli Dragon costava circa 47 milioni di euro, poi saliti a circa 68 milioni, mentre Starliner chiede alla NASA circa 78 milioni. Interpellato sui prezzi degli anni Trenta, il vicepresidente di Boeing John Mulholland si è limitato a dire che l’azienda vuole essere il più competitiva possibile.
Le altre strade sono poche. Blue Origin sta sviluppando una capsula per il razzo New Glenn e si parla di un primo volo con equipaggio non prima del 2031, data probabilmente ottimistica. La Soyuz russa è esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina, l’indiana Gaganyaan è slittata almeno al 2027 e servirà inizialmente solo alle missioni nazionali. Orion è troppo costosa, forse attorno ai 430 milioni di euro a posto, ed è riservata alla Luna. The Exploration Company non sarà pronta prima del 2035 circa, mentre Dream Chaser appare lontanissimo. L’unica vera possibilità di abbattere i costi resta Starship, che con i giusti incentivi potrebbe essere pronto per il 2030, ma tutti gli indizi disponibili dicono che SpaceX non ha alcuna intenzione di dare priorità ai voli con equipaggio in tempi brevi.
Fonte: TecnoAndroid








