Vai al contenuto
Offerte

Coltivare su Marte: i funghi potrebbero trasformare la regolite

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Coltivare cibo su Marte potrebbe dipendere da alleati minuscoli e poco appariscenti come i funghi. Un gruppo di ricercatori tra Stati Uniti e Brasile ritiene che alcune specie benefiche siano in grado di trasformare la regolite lunare e marziana, povera di nutrienti, in un materiale capace di sostenere le coltivazioni. Aiutando le piante ad assorbire ciò che serve loro e a resistere a condizioni decisamente ostili, questi microrganismi potrebbero un giorno rendere più realistica l’idea di un’agricoltura spaziale autosufficiente.

Per capire la portata della questione basta pensare a uno scenario preciso. Si immagini la quarta missione umana sul Pianeta Rosso, con un equipaggio incaricato di avviare la prima produzione alimentare autonoma per un insediamento permanente. Il piano si regge proprio sui funghi benefici, organismi che potrebbero migliorare il suolo marziano quanto basta per far crescere le colture. Un successo del genere ridurrebbe il bisogno di spedire cibo dalla Terra. Una prospettiva ancora lontana forse decenni, eppure la ricerca si sta già muovendo. In una revisione scientifica pubblicata di recente su Frontiers in Astronomy and Space Sciences e firmata da Jéssica Carneiro Oliveira, Rafael Loureiro, Andrew Palmer e Camila Maistro Patreze, il team ha analizzato come questi microrganismi possano convertire un terreno inospitale in qualcosa di biologicamente più adatto.

Perché la regolite di Luna e Marte non basta alle piante

Il punto di partenza è piuttosto semplice. La regolite lunare e quella marziana sono ambienti poveri per l’agricoltura perché mancano di diversi elementi indispensabili alla crescita vegetale. Gli studiosi si sono concentrati soprattutto sulla carenza di azoto, potassio e fosforo, cercando le strade per aggirare questi limiti.

Ed è qui che entrano in gioco i funghi. Sulla Terra questi organismi hanno un ruolo fondamentale nel ciclo dei nutrienti e aiutano piante, suoli e altri esseri viventi ad accedere a risorse essenziali. La revisione ha preso in esame specie fungine che si sono già dimostrate utili nel favorire lo sviluppo delle piante, migliorando l’assorbimento delle sostanze nutritive anche in presenza di stress abiotico, cioè legato a fattori non viventi. Nell’analisi sono finiti anche i funghi già impiegati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Lo stress abiotico, del resto, è un aspetto cruciale per chi vuole coltivare in materiali così poveri. Le piante avrebbero bisogno di un aiuto concreto per sfruttare risorse scarse e allo stesso tempo per sopportare condizioni di crescita molto dure.

I funghi micorrizici come prolungamento delle radici

Tra i protagonisti indicati dai ricercatori spiccano i funghi micorrizici arbuscolari, noti con la sigla AMF. Vengono utilizzati in botanica fin dalla metà del XIX secolo e stringono una collaborazione molto stretta con le radici delle piante. In pratica funzionano come estensioni microscopiche dell’apparato radicale e permettono di raggiungere e assorbire i nutrienti in modo più efficiente.

Prima di vedere questo approccio applicato in sistemi agricoli reali nello spazio servirà comunque altro lavoro. Gli studi futuri dovranno verificare come si comportano questi funghi con campioni autentici di suolo lunare e marziano, e non soltanto con simulazioni o materiali sostitutivi. Il gruppo di ricerca vede in ogni caso un potenziale notevole. Se la strategia dovesse funzionare, gli astronauti potrebbero ottenere raccolti più abbondanti e affidabili sulla Luna e su Marte, dipendendo meno dalle forniture spedite dalla Terra.

Nelle conclusioni dello studio gli autori spiegano che inserire funghi capaci di promuovere la crescita vegetale nei sistemi agricoli basati sulla regolite lunare o marziana rappresenterebbe un potenziamento strategico della produzione di colture nello spazio e della nascita di insediamenti umani oltre la Terra. Funghi come il Trichoderma e i vari AMF del gruppo Glomeromycota si distinguono per la capacità di alleviare lo stress abiotico, mobilitare nutrienti essenziali e potenzialmente migliorare la struttura fisicochimica dei substrati di regolite. Secondo i ricercatori questi microrganismi offrono uno strumento biotecnologico promettente per trasformare un ambiente dalla composizione inorganica e influire positivamente sul microbioma ingegnerizzato introdotto in substrati inospitali.

Fonte: TecnoAndroid

Condividi:
73 Condivisioni