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I Neanderthal potrebbero essersi spinti fino in Arabia circa 55.000 anni fa, molto più a sud di quanto si sia creduto finora, e questa possibilità basta da sola a rimettere in discussione l’immagine più diffusa di questi nostri parenti estinti. Perché l’idea comune, quella che circola da decenni tra libri di testo e documentari, li vuole rannicchiati in grotte europee durante l’Era glaciale, corpi tozzi e robusti costruiti per il freddo, pelli addosso e fuochi accesi contro il gelo. Le grotte europee dell’Era glaciale, però, non erano l’unica casa dei Neanderthal.
La penisola arabica, con i suoi deserti, sembra il posto più lontano possibile da quello scenario. Eppure è proprio lì che punta l’ipotesi di una presenza neandertaliana ben più meridionale rispetto ai confini geografici che di solito vengono tracciati sulle mappe della loro diffusione. Un’estensione simile del territorio abitato cambia parecchie cose, a partire dal modo in cui immaginiamo la loro capacità di adattamento.
Un areale molto più ampio del previsto
Quando si parla di Neanderthal in Arabia si parla, di fatto, di una specie capace di muoversi tra ambienti radicalmente diversi. Non solo tundre e foreste fredde, non solo rifugi rocciosi al riparo dal vento, ma anche paesaggi aridi, aperti, ostili in tutt’altro modo. Il caldo e la scarsità d’acqua pongono problemi diversi dal gelo, richiedono strategie diverse per procurarsi cibo, per spostarsi, per sopravvivere alle stagioni peggiori.
La data indicata, 55.000 anni fa, colloca l’ipotesi in una fase cruciale della preistoria umana, quella in cui più popolazioni si muovevano tra Africa, Levante e Asia. Un periodo affollato, in cui i percorsi migratori si intrecciavano e i confini tra gruppi umani diversi erano tutt’altro che netti. Trovare tracce neandertaliane così a sud significherebbe aggiungere un tassello importante a un quadro già complesso.
Perché l’immagine dell’uomo delle caverne sta stretta
L’idea del Neanderthal come abitante del deserto suona quasi paradossale, ma solo perché siamo abituati a pensarli in un unico contesto. Negli ultimi anni la ricerca ha smontato pezzo dopo pezzo lo stereotipo del bruto primitivo, restituendo un ritratto ben più articolato di questi parenti umani estinti. Sapevano lavorare la pietra con tecniche raffinate, gestire il fuoco, prendersi cura dei membri feriti del gruppo.
L’adattamento ad ambienti aridi si inserisce in questa direzione. Non una specie fragile, ancorata a un solo tipo di clima e destinata a scomparire alla prima variazione, ma un gruppo umano capace di reinventarsi in contesti differenti. La penisola arabica, del resto, non è sempre stata il deserto che conosciamo oggi. Le fasi umide del passato hanno reso quelle terre attraversabili, con corsi d’acqua e vegetazione che potevano sostenere gruppi in movimento.
Cosa cambia nella storia delle migrazioni
Se la presenza dei Neanderthal si estendeva davvero fino a quelle latitudini, allora anche le mappe delle migrazioni preistoriche vanno riviste. Le occasioni di incontro con altre popolazioni umane sarebbero state più numerose e distribuite su un’area più vasta, con conseguenze sul modo in cui interpretiamo scambi culturali, tecnologici e genetici.
Resta il fatto che l’Arabia, per lungo tempo considerata ai margini delle grandi ricostruzioni sull’evoluzione umana, si sta rivelando un crocevia. Un territorio di passaggio, di sosta, forse di insediamento, dove le storie di specie diverse si sono sfiorate. E dove i Neanderthal, a quanto pare, potrebbero aver lasciato un segno molto più a sud di quanto chiunque si aspettasse.










