In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
Le cause per dipendenza dai social media restano in piedi, tutte quante, e le piattaforme dovranno affrontarle una per una davanti a un giudice. La Corte d’appello del Nono Circuito, con sede a San Francisco, ha respinto il tentativo di Meta, TikTok, Snapchat e Google di chiudere in anticipo migliaia di procedimenti facendo leva su un argomento giuridico che negli Stati Uniti è quasi un’istituzione, la famosa Section 230. Niente da fare, almeno per ora.
Il punto di partenza è un’accusa pesante. Secondo chi ha portato le aziende in tribunale, quelle app non sarebbero diventate irresistibili per caso, ma sarebbero state progettate apposta per creare assuefazione nei più giovani. Non un effetto collaterale, insomma, ma una scelta di design. Le società tecnologiche hanno provato a rispondere sostenendo che la Section 230, la norma che protegge editori e piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti, dovesse coprire anche l’accusa di non aver avvertito il pubblico dei rischi legati a certe scelte progettuali.
Perché lo scudo della Section 230 non ha funzionato
La corte non è entrata nel merito con una bocciatura frontale, ha usato una porta di servizio molto più prosaica. Quel tipo di appello, hanno spiegato i giudici, di solito arriva dopo un processo, non prima. Tradotto in parole semplici, le aziende hanno bussato troppo presto. Il risultato pratico però non cambia di molto per Meta, TikTok, Snapchat e Google, che si ritrovano con migliaia di fascicoli ancora aperti e nessuna scorciatoia per liberarsene in blocco.
La Section 230 è stata per anni il salvagente più efficace del settore tecnologico americano. Serve a stabilire che una piattaforma non risponde di ciò che scrivono i suoi utenti, un principio che ha permesso ai social di crescere senza dover controllare ogni singolo post. Qui però la contestazione si sposta su un terreno diverso, che riguarda il funzionamento stesso dei prodotti, il modo in cui sono costruiti, i meccanismi che tengono incollati allo schermo. Ed è proprio su quel terreno che le difese tradizionali diventano molto più scivolose.
Migliaia di cause riunite in un unico procedimento federale
Il fronte giudiziario è ampio e variegato. Le azioni legali arrivano da privati cittadini, da amministrazioni statali e locali, da distretti scolastici. Tutte queste posizioni sono state accorpate in un’unica causa federale e proseguiranno insieme, il che rende il contenzioso ancora più delicato per le aziende coinvolte. Un procedimento consolidato significa un solo binario processuale, ma anche un peso complessivo enorme in termini di esposizione economica e reputazionale.
Come andrà a finire è impossibile dirlo adesso, il percorso è appena cominciato. Qualche indicazione però esiste già. Meta ha perso due cause su questioni analoghe, e in quei casi si è trattato della prima volta in assoluto in cui la società è stata ritenuta responsabile su temi di sicurezza dei minori davanti a una giuria popolare. Due sentenze che pesano, perché dimostrano che i giurati sono disposti a credere alla tesi secondo cui certe scelte tecniche hanno conseguenze concrete sui ragazzi.
Cosa cambia adesso per le piattaforme
Nell’immediato le società dovranno preparare la difesa nel merito, dimostrando che il design delle app non è stato costruito per generare dipendenza tra gli utenti più giovani. Un lavoro lungo, costoso, che si svolgerà sotto gli occhi di tutti e che porterà probabilmente alla luce documenti interni e decisioni aziendali finora rimaste riservate. Il rifiuto della corte di intervenire in questa fase lascia il contenzioso esattamente dov’era, sul tavolo dei tribunali americani, con migliaia di richieste di risarcimento ancora tutte da discutere.











