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Sean Connery, il film che lo convinse a lasciare il cinema

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Ci sono attori che riempiono lo schermo semplicemente entrando in scena, e Sean Connery apparteneva a quella categoria ormai quasi estinta. Nato al Royal Maternity di Edimburgo il 25 agosto 1930, oggi avrebbe compiuto 96 anni. Se ne è andato nel sonno il 31 ottobre 2020, lasciando dietro di sé 96 crediti da attore e una decisione presa con lucidità chirurgica nel 2003: smettere. Non un ritiro forzato, non una malattia, non un declino. Una scelta, maturata dopo un’esperienza sul set che lo aveva sfinito.

Il curriculum parla da solo. Un Oscar come miglior attore non protagonista per Gli intoccabili nel 1987, sei candidature ai Golden Globe in categorie diverse, e naturalmente la saga di James Bond, quella che gli ha cucito addosso un’immagine impossibile da scrollarsi di dosso. Eppure, arrivato al momento di chiudere, non ha esitato molto.

Il set che ha spento tutto: La leggenda degli uomini straordinari

Il punto di rottura ha un titolo preciso, La leggenda degli uomini straordinari. In un’intervista al Times Connery non usò mezzi termini: “È stato un incubo”. E poi aggiunse una frase che spiega tutto meglio di qualsiasi comunicato stampa: “L’esperienza ha avuto molta influenza su di me, mi ha fatto riflettere sull’industria. Sono stufo di avere a che fare con degli idioti”.

Cosa era successo, in concreto. Il regista Stephen Norrington voleva restare fedele al fumetto originale, ma né lo studio né l’attore erano d’accordo. Da quel disaccordo di fondo sono nate venti versioni diverse della sceneggiatura e un clima sul set che definire teso è poco. Le frizioni tra Connery e Norrington esplodevano per dettagli minuscoli. Un giorno intero di produzione venne fermato perché il regista riteneva che una delle pistole di scena “non stesse bene”. Roba che mandava fuori di testa l’attore scozzese. La situazione degenerò al punto che Norrington finì per abbandonare la regia del film.

Il risultato commerciale non aiutò. E per un uomo che aveva attraversato quarant’anni di cinema con quella scorza lì, la conclusione fu semplice: bastava così.

“Fare film è un’utopia oppure è come spalare merda in salita”

Nel 2006, ricevendo l’AFI Life Achievement Award, Connery regalò uno dei discorsi più asciutti e memorabili mai sentiti in quel tipo di serate. “Sapete, fare film è un’utopia oppure è come spalare merda in salita. E stasera, immagino, posiamo le nostre pale e ricordiamo i bei tempi”.

Poi si mise a ripercorrere la vita, senza retorica. “I miei inizi, la mia infanzia, erano poco promettenti. Ma quando ero giovane non sapevamo che ci mancasse qualcosa, perché non avevamo niente con cui confrontarci, e in questo c’è una libertà. Ho avuto una madre e un padre che lavoravano duro, penso spesso a entrambi”.

E infine il passaggio che spiega da dove viene tutto. “Ho avuto la mia grande occasione a cinque anni, e ci ho messo più di settant’anni a rendermene conto. Vedete, a cinque anni ho imparato a leggere. È così semplice e così profondo. Ho lasciato la scuola a tredici anni. Non ho avuto un’istruzione formale, e credo che non sarei qui stasera senza i libri, le opere teatrali, le sceneggiature. È stato un viaggio molto lungo da Fountain Bridge fino a questa sera con tutti voi. Anche se i miei piedi sono stanchi, il mio cuore non lo è”.

Al netto di quell’ultima brutta esperienza, il carisma di Connery ha definito il cinema d’azione e d’avventura del ventesimo secolo. Gli anni da 007 tra il 1962 e il 1983, il poliziotto veterano Jim Malone in Gli intoccabili, il professor Henry Jones in Indiana Jones e l’ultima crociata, il comandante Marko Ramius in Caccia a Ottobre Rosso. Personaggi che ormai fanno parte della storia del cinema, tutti riconducibili a un solo volto.

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