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Sargasso, il lavoro tossico dei raccoglitori nel Caribe messicano

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Il sargasso che invade le spiagge del Caribe messicano non è soltanto un problema di cartoline rovinate: chi lo raccoglie a mano, ogni giorno, respira gas tossici e si ritrova la pelle piagata. L’odore è quello di milioni di uova lasciate a marcire sulla riva, e lungo la costa di Quintana Roo si trasforma in una routine di nausea, ustioni e turni interminabili sotto il sole. Dove dovrebbe esserci sabbia bianca c’è una poltiglia scura e acida in cui gli operai entrano scalzi.

Il mestiere è nato quasi dal nulla. Nel 2014, quando la prima grande massa di alghe brune raggiunse Cancún, Puerto Morelos, Playa del Carmen, Tulum e Mahahual, comparve anche una nuova figura: il raccoglitore di sargasso, il sargacero. Da allora questi lavoratori raccontano prurito intenso su tutto il corpo, bruciore, pomfi, vomito, perdita dei peli, difficoltà a dormire e persino a respirare.

Cinquanta volte oltre il limite consentito

Uno studio pubblicato ad aprile 2026 ha documentato in tempo reale l’esposizione al solfuro di idrogeno, il gas che l’alga libera decomponendosi e che porta con sé quel caratteristico odore di uovo guasto. La ricerca è stata coordinata da Rosa Rodríguez Martínez, dell’Istituto di Scienze del Mare e Limnologia dell’UNAM a Puerto Morelos, insieme a scienziati dell’Università di São Paulo, in Brasile, e dell’Università di Victoria, in Canada. Sensori portatili, progettati dal Servizio Accademico di Monitoraggio Meteorologico e Oceanografico, sono stati fissati all’altezza del petto degli operai per misurare quanto gas inalano durante il turno.

Il limite legale per una giornata di otto ore è di una parte per milione, ovvero una molecola di solfuro di idrogeno per ogni milione di molecole d’aria. Sembra poco, ma il gas è talmente tossico che la norma non concede altro. I sensori hanno registrato valori superiori a quella soglia per il 46,3% del tempo, con picchi fino a 50,8 ppm. Oltre cinquanta volte il consentito. Rodríguez lo spiega con un’immagine semplice: “Non è la stessa cosa essere punti da un’ape o essere punti da cinquanta”. Lo studio parla di una necessità urgente di applicare la normativa messicana con protocolli di prevenzione, monitoraggio continuo e dispositivi di protezione.

Chi lavora sulla riva, però, racconta un’altra realtà. A un raccoglitore con dieci anni di esperienza è stato chiesto se al momento dell’assunzione vengano spiegati i rischi. La risposta: “Niente. Ti chiedono solo se resisti al lavoro duro”. E poi: “È il lavoro e va fatto. Altrimenti non c’è da mangiare”.

Quantità mai viste e un conto che il mare presenta

Il sargasso in mare aperto non è una novità. Cristoforo Colombo, attraversando l’Atlantico nel 1492, descrisse nel suo diario le masse di erba galleggiante che coprivano l’acqua di quello che i marinai portoghesi battezzarono poi Mar dei Sargassi. Al largo l’alga è un rifugio per tartarughe, pesci e uccelli. La novità è la dimensione e la permanenza sulle coste caraibiche. Nel 2011 le immagini satellitari individuarono nell’Atlantico tropicale una massa senza precedenti, dal 2018 gli arrivi massicci sono diventati abitudine.

Il 2025 è stato l’anno peggiore mai registrato: tra gennaio e agosto la biomassa nelle acque messicane è stata stimata in 3,4 milioni di tonnellate, più del doppio degli 1,4 milioni del 2022, che era il record precedente. E nel 2026, mese dopo mese, quei numeri vengono superati. Nella conferenza mattutina del 30 luglio scorso, la titolare del Ministero dell’Ambiente Alicia Bárcena ha parlato di quattro volte più sargasso rispetto al 2025 e 27 volte più della media storica, indicando come causa l’eccesso di nitrati e fosfati provenienti dall’agricoltura industriale. Sulla stessa linea l’oceanografo Brian Lapointe, dell’Università della Florida: “Il sargasso è un barometro di come gli esseri umani stanno alterando i cicli dell’azoto del pianeta”.

Un corpo che si consuma insieme all’alga

La raccolta resta un lavoro brutale. In poche spiagge ci sono mezzi meccanici, quasi tutto si fa a mano con rastrelli e carriole, in squadre da sei raccoglitori più un supervisore. Una lavoratrice, che ha chiesto di restare anonima, riassume così: “Raccoglierlo tutto è impossibile, perché è tanto, è davvero tanto volume”.

Nell’ambito dello studio è stato somministrato un questionario sanitario, validato da un comitato etico dell’UNAM, a 32 raccoglitori, 26 uomini e sei donne. Il 53% ha segnalato un peggioramento della propria salute. I disturbi più frequenti sono dermatologici e neurologici: il 45% riferisce mal di testa, ustioni cutanee e prurito, poi dermatite e affaticamento al 37,5%, irritazione oculare e nausea al 28,1%, congestione nasale e orticaria al 21,9%, irritazione alla gola e difficoltà respiratorie al 18,8%. Tra il 12 e il 16% descrive vomito, irritabilità e infezioni cutanee, mentre il 6,3% parla di ansia e insonnia. Nei casi estremi si perdono i peli delle gambe e le unghie dei piedi, per effetto dell’acido solfidrico disciolto in acqua.

Ramiro, nome di fantasia, pulisce le spiagge di Quintana Roo da quasi vent’anni. Lavora in ciabatte e pantaloncini, entra ed esce dall’acqua marrone, ha le gambe senza peli e la pelle segnata da cicatrici da ustione, le unghie di un marrone giallastro. È appena rientrato da diverse settimane di inabilità senza stipendio, con la pelle piagata dall’alga in decomposizione, e parla con lo sguardo fisso a terra senza smettere di raccogliere.

Rodríguez, che prima degli arrivi massicci studiava l’ecologia delle barriere coralline, ricorda una misurazione fatta passando accanto alle montagne di alghe, quando un forte prurito alle gambe le fece pensare alle zanzare: erano venti parti per milione. “Sorprende che resistano, ma è perché ne hanno bisogno e perché nella maggior parte dei casi non sono informati sui rischi”. Il solfuro di idrogeno prodotto dalle alghe in decomposizione ha già ucciso su altre coste, come in Bretagna, nel nord ovest della Francia.

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