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Rocket Lab contro la NASA: ricorso sul satellite per Marte

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Il ricorso presentato da Rocket Lab contro la NASA ha trasformato quella che sulla carta sembrava una commessa spaziale ordinaria in uno dei casi più intricati dell’anno per l’agenzia americana. Al centro della contesa c’è il Mars Telecommunications Network, il satellite che dovrà raggiungere Marte, entrare in orbita attorno al pianeta rosso e fare da ponte radio tra le sonde marziane e le grandi antenne a terra. Un compito tecnicamente lineare, almeno in teoria. La gara per assegnarlo, molto meno.

All’inizio di questo mese la NASA ha scelto Blue Origin per progettare, lanciare e gestire il veicolo, con un contratto da circa 600 milioni di euro. Rocket Lab, principale concorrente, non l’ha presa bene e venerdì ha depositato una protesta formale presso il Government Accountability Office, l’organismo di controllo del Congresso americano che si occupa anche di appalti pubblici.

Le accuse di Rocket Lab e la replica di Blue Origin

Il messaggio diffuso dall’azienda su X è diretto: la decisione della NASA “sembra incoerente con i criteri di ammissibilità stabiliti dal Congresso”. E non finisce lì, perché Rocket Lab parla di una valutazione “punitiva” della propria documentazione tecnica, fondata su affermazioni e conclusioni sbagliate.

Blue Origin ha risposto puntando sul fattore tempo. Secondo l’azienda il ricorso rischia di far slittare l’obiettivo di lancio fissato per il 2028, una data che non si può spostare a piacimento visto che le finestre utili per partire verso Marte sono rare e distanziate. “Restiamo fiduciosi nella solidità della nostra proposta, nel rigoroso processo di selezione della NASA e nella chiara volontà del Congresso di sostenere la competizione”, ha fatto sapere la società, aggiungendo che qualsiasi ritardo metterebbe seriamente a rischio la messa in orbita di una capacità di comunicazione considerata urgente.

Quella frase nella legge che cambia tutto

Il nodo vero sta in poche righe di testo legislativo. Il Mars Telecommunications Network nasce dal pacchetto di finanziamenti supplementari per la NASA contenuto nella cosiddetta One Big Beautiful Bill, approvata dal Congresso nel 2025. Nessuno se lo aspettava davvero, ma la notizia era stata accolta con favore, perché le sonde americane attualmente in orbita attorno a Marte cominciano ad avere parecchi anni sulle spalle.

La norma, promossa dal senatore Ted Cruz, contiene però un passaggio curioso. L’orbiter deve essere scelto tra le aziende statunitensi che hanno “ricevuto fondi dall’agenzia negli anni fiscali 2024 o 2025 per studi commerciali di progettazione relativi al Mars Sample Return” e che avevano “proposto un orbiter marziano per telecomunicazioni separato e lanciato in modo indipendente, a supporto di una missione end to end di ritorno dei campioni”.

Gli studi commerciali in questione erano quelli per riportare a terra i campioni marziani in modo più rapido ed economico, selezionati appunto nel 2024 e nel 2025. Su quella base risultavano ammissibili Rocket Lab, Blue Origin, L3Harris, Lockheed Martin, Northrop Grumman, SpaceX, Quantum Space e Whittinghill Aerospace. Fin qui tutto ragionevole. Meno chiaro, si sono chiesti in ambienti parlamentari, il motivo per cui chi vuole costruire un semplice satellite per telecomunicazioni debba aver proposto in passato un orbiter dentro una missione end to end.

Quella formula, secondo diverse fonti, era stata pensata per favorire proprio Rocket Lab. All’epoca dell’approvazione della legge l’azienda sembrava convinta di essere l’unica ad aver presentato una proposta con quelle caratteristiche, e lo aveva anche dichiarato agli azionisti durante l’aggiornamento finanziario del secondo trimestre del 2025.

Perché allora la NASA ha preferito la tecnologia Blue Ring di Blue Origin? Possibile che l’agenzia non si fidasse della capacità di Rocket Lab di completare in tempo sia il veicolo sia il razzo Neutron entro la fine del 2028. Oppure che Blue Ring sia stato giudicato semplicemente più adatto. Le risposte non ci sono, perché la NASA non ha ancora pubblicato il documento che spiega le ragioni tecniche della scelta, cosa piuttosto anomala a quasi due settimane dall’assegnazione.

Sul piatto c’è parecchio: è la prima volta che l’agenzia usa un contratto a prezzo fisso per affidare a un’azienda privata la costruzione, il lancio e la gestione di una rete di comunicazione attorno a un altro pianeta. Chi vince, per ora Blue Origin, si ritrova un vantaggio non da poco sulle future esplorazioni del Sistema Solare.

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