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Tra le immagini che circolano più spesso in rete ci sono quelle dei robot umanoidi che eseguono un backflip perfetto, e proprio quelle immagini alimentano l’idea che la destrezza delle macchine sia un capitolo chiuso. La realtà è un’altra: una cosa è una dimostrazione preparata, un’altra è muoversi con precisione quando serve davvero, in totale autonomia, davanti a un oggetto che non collabora. Basta chiedere a un umanoide di piegare una maglietta stropicciata per vedere la magia svanire in pochi secondi.
Il backflip è più semplice di quanto sembri
Il punto è che un salto mortale all’indietro può essere scomposto. È una sequenza di movimenti definita, con angoli, spinte e tempi che vengono provati migliaia di volte in condizioni controllate. Il pavimento è sempre lo stesso, la gravità non cambia, il corpo del robot ha un peso noto e una distribuzione delle masse nota. Una volta che la sequenza funziona, funziona anche la volta dopo, e quella successiva. Da qui nasce l’effetto spettacolare: la macchina appare padrona del proprio corpo, e in un certo senso lo è, ma dentro un perimetro molto ristretto.
La maglietta, invece, cambia forma continuamente. Non ha spigoli, non ha una posizione di riposo prevedibile, si piega dove il tessuto decide di piegarsi e reagisce in modo diverso a ogni presa. Nessuna ripetizione è identica alla precedente, quindi non esiste una coreografia da imparare a memoria. Serve qualcosa che assomigli a una forma di consapevolezza, la capacità di capire cosa si ha tra le dita in quel momento preciso e di adattare il gesto mentre lo si sta compiendo. Ed è esattamente il terreno su cui le macchine restano indietro.
Perché i gesti banali mettono in crisi le macchine
Le azioni che consideriamo normali sono quelle più difficili da replicare, e la ragione sta nella loro imprevedibilità. Nessuno pensa a come afferra un tessuto o a quanta forza applica per non strapparlo, però quel calcolo avviene continuamente, aggiornato dal tatto e dalla vista in una frazione di secondo. Per un sistema artificiale si tratta invece di un problema aperto, da risolvere caso per caso, senza la rete di sicurezza di una sequenza già collaudata.
Anche nelle demo migliori l’impaccio si nota. Il robot prende il capo, lo solleva, cerca un angolo, lo perde, ci riprova. Il gesto arriva a compimento, magari, ma il ritmo non è quello di una persona che svuota la lavatrice pensando ad altro. Non è un dettaglio estetico: è la spia di quanta elaborazione serva per un compito che, sulla carta, sembra elementare. Il piegare una maglietta è diventato negli anni una specie di banco di prova informale proprio per questo motivo, una verifica pratica del livello di destrezza raggiunto.
La distanza tra le due scene, il salto acrobatico e il capo di abbigliamento sul tavolo, racconta bene lo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale applicata ai corpi robotici. Da una parte c’è il controllo del movimento, un campo in cui i progressi sono evidenti e misurabili. Dall’altra c’è la manipolazione di oggetti morbidi, deformabili, imprevedibili, dove ogni tentativo è un caso nuovo. E le mani robotiche sono il collo di bottiglia: devono percepire, dosare la presa, correggere in corsa.
Le acrobazie continuano a essere impressionanti, questo resta vero. Però misurano una cosa diversa da quella che immaginiamo guardando i video. Misurano la capacità di ripetere alla perfezione un gesto conosciuto, non quella di cavarsela davanti all’imprevisto. Le capacità umane, nelle faccende più ordinarie, sono ancora un traguardo lontano per le macchine umanoidi.
Fonte: TecnoAndroid








