Il divieto sui robot stranieri deciso dalla Federal Communications Commission americana colpisce in pieno i robot umanoidi e quelli a quattro zampe prodotti in Cina, ma il raggio d’azione è molto più ampio di quanto si potrebbe pensare. Sotto la scure finiscono infatti apparecchi costruiti ovunque all’estero, compresi gli ultimissimi modelli di robot aspirapolvere che ormai popolano le case di mezzo mondo.
L’amministrazione Trump, tramite la FCC, ha giustificato la stretta richiamando le vulnerabilità di sicurezza informatica già scovate in passato nei robot fabbricati da aziende cinesi. Il 28 luglio l’agenzia federale ha aggiunto i “dispositivi robotici avanzati di produzione estera” alla sua Covered List, l’elenco delle tecnologie considerate un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti o per l’incolumità dei cittadini americani. C’è però un dettaglio procedurale non da poco. La FCC non può aggiornare quella lista di sua iniziativa, deve seguire le indicazioni di una “autorità qualificata in materia di sicurezza nazionale”. In questo caso la Casa Bianca ha riunito un organismo interministeriale che, secondo quanto riferito, ha coinvolto le agenzie di sicurezza competenti e ha bollato i robot stranieri come una minaccia.
Robot stranieri: cosa rientra nel divieto e cosa no
La definizione è piuttosto larga. Per dispositivo robotico avanzato si intende un apparecchio mobile meccanico, inclusi i robot mobili autonomi, gli umanoidi e i quadrupedi, capace di muoversi al suolo e di operare in autonomia oppure a distanza sotto il controllo umano. Ci sono poi altri requisiti tecnici, come sensori per percepire l’ambiente circostante, connettività di rete via Bluetooth o satellite con velocità superiori ai 200 kbps in entrata o in uscita, e software o modelli di intelligenza artificiale che girano a bordo o su server cloud.
Tradotto in pratica, il divieto colpisce alcuni dei robot più economici sul mercato, quelli firmati soprattutto da produttori cinesi. Pensiamo agli umanoidi di Unitree, usati da laboratori e ricercatori per attività come gli interventi chirurgici sperimentali. Gli americani rischiano anche di perdere l’accesso ai nuovi robot aspirapolvere di aziende come Roborock. Ma attenzione, la stretta non guarda solo verso Pechino. Riguarda anche i robot fabbricati da Paesi formalmente alleati come Giappone, Corea del Sud e Germania.
Le eccezioni comunque non mancano. Il divieto vale per gli apparecchi mobili che pesano più di 2 chili, il che lascia liberi i piccoli robot giocattolo. Restano fuori anche treni, droni, veicoli subacquei e le auto connesse che circolano su strada, comprese le robotaxi. Non toccati nemmeno i dispositivi classificati come apparecchiature medicali dalla Food and Drug Administration, come i robot chirurgici, le protesi per gli arti e gli ausili alla mobilità tipo le sedie a rotelle. Fuori dalla lista pure i robot fissi, quindi le aziende possono continuare a comprare bracci industriali e altri macchinari non mobili. E c’è di più, il Dipartimento della Difesa, ribattezzato Dipartimento della Guerra sotto Trump, può stabilire che un robot o un’intera categoria non presenta rischi, esentandolo dalla Covered List.
Spinta all’innovazione o puro protezionismo
Sulla carta la mossa potrebbe convincere più aziende ad aprire stabilimenti sul suolo americano. Diverse realtà stanno già correndo per aumentare la produzione di umanoidi negli Stati Uniti, tra cui Agility Robotics, 1X Technologies e Figure AI. Tesla sta cercando di spostare la produzione dai vecchi modelli di auto elettriche verso il suo robot Optimus. Boston Dynamics, dal canto suo, costruisce già l’umanoide Atlas insieme al quadrupede Spot e al robot su ruote Stretch nel suo stabilimento di Waltham, in Massachusetts, e punta a moltiplicare la produzione di Atlas sotto l’ala della sudcoreana Hyundai, che a luglio 2026 ne ha acquisito il controllo totale.
Gli entusiasti non mancano. Evan Beard, amministratore delegato di Standard Bots, ha parlato su LinkedIn di “una delle azioni più forti nella storia recente della sicurezza tecnologica americana”, con un messaggio chiaro. La robotica è un settore che gli Stati Uniti devono guidare e possedere. Sulla stessa linea Rush Doshi del Council on Foreign Relations, che ha definito la decisione “una delle azioni più significative finora a sostegno dell’ecosistema robotico statunitense”.
Ma non tutti la vedono così. Diversi ricercatori e analisti hanno espresso forti dubbi, arrivando a temere l’effetto boomerang. Georg Stieler, consulente globale di robotica, ha avvertito che nel breve periodo la misura rischia di frenare l’innovazione tagliando fuori startup e ricercatori dalle future piattaforme cinesi a basso costo, prima ancora che esistano alternative occidentali paragonabili. La produzione americana, ha ricordato Rueben Scriven di Interact Analysis, resta indietro rispetto alla Cina sui grandi volumi a costi contenuti, e la presenza dei robot cinesi economici stava aiutando a educare il mercato interno attraverso casi d’uso promozionali e di intrattenimento. I precedenti non aiutano a essere ottimisti. Le restrizioni sui droni di DJI non hanno fatto nascere un produttore americano competitivo di massa, e sono spuntate nuove società che aggirano il blocco vendendo versioni appena camuffate della tecnologia DJI.


