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I droni abissali stanno diventando lo strumento più concreto per riempire un vuoto che dura da decenni, quello delle profondità marine che nessuno ha mai misurato davvero. Capita spesso di sentire che conosciamo meglio la superficie di Marte degli oceani terrestri, e la frase in realtà è imprecisa, visto che pure Marte resta in gran parte un mistero. Però il nocciolo della questione regge: esistono porzioni enormi delle distese d’acqua del pianeta che restano fuori dal raggio delle osservazioni, e non si tratta solo di una lacuna geografica da colmare per curiosità.
Sotto la superficie, infatti, succedono cose che riguardano tutti. Le profondità marine accumulano calore e carbonio, grandi masse d’acqua si spostano e nel farlo influenzano le temperature globali e il meteo che poi arriva sulle coste. Chi studia il clima lavora quindi con una fetta di informazioni mancanti, e quella fetta pesa parecchio sui modelli previsionali.
Il programma Argo e i suoi limiti attuali
A occuparsi della raccolta dati su scala planetaria è il programma Argo, un’iniziativa internazionale che oggi può contare su circa 4.000 galleggianti robotici sparsi per i mari. Il meccanismo è tanto semplice quanto efficace: gli strumenti si immergono, registrano i parametri lungo la discesa e la risalita, poi tornano periodicamente in superficie per trasmettere tutto via satellite. Un ciclo che si ripete per anni, senza equipaggi e senza navi che debbano restare ferme sul posto.
Il limite, però, sta nella quota raggiunta. La maggior parte di questi galleggianti robotici lavora tra i 2.000 e i 4.000 metri di profondità, il che significa che tutto quello che accade più in basso resta sostanzialmente invisibile. E non è poco: circa il 10% del riscaldamento oceanico si verifica proprio oltre quelle soglie, in acque che la rete attuale non riesce a monitorare. Una percentuale che sembra piccola sulla carta ma che, tradotta in energia immagazzinata, fa una differenza notevole quando si prova a capire dove finisce il calore in eccesso del pianeta.
Deep-6000, i galleggianti francesi che scendono più giù
Per superare questo scoglio l’istituto oceanografico francese Ifremer ha messo a punto i Deep-6000, strumenti autonomi progettati per arrivare fino a 6.000 metri. Parliamo di una fascia di profondità dove la pressione diventa brutale e dove la componentistica tradizionale semplicemente cede, quindi la sfida ingegneristica è tutto fuorché banale. I prototipi hanno già completato cinque immersioni, un risultato che colloca la Francia tra i pochissimi Paesi al mondo in grado di costruire galleggianti Argo pensati per le zone abissali.
La logica resta la stessa dei modelli meno profondi, con la differenza che questi apparecchi possono spingersi in aree finora coperte solo da campagne oceanografiche sporadiche e costose. Una volta messi in rete su larga scala, permetterebbero di seguire con continuità i movimenti delle masse d’acqua fredda che scorrono sul fondo, quelle che fanno da motore alla circolazione globale.
L’orizzonte temporale fissato punta al 2028, anno entro il quale il 98% degli oceani dovrebbe essere finalmente osservabile grazie a questa nuova generazione di strumenti. Un salto che cambierebbe la qualità dei dati climatici a disposizione dei ricercatori, perché per la prima volta le stime sul calore assorbito dai mari poggerebbero su misurazioni dirette anziché su estrapolazioni. Il lavoro di validazione sui prototipi Deep-6000 prosegue, in attesa che la produzione arrivi ai numeri necessari per coprire i bacini più profondi del pianeta.
Fonte: TecnoAndroid








