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Si chiama retatrutide ed è considerato il farmaco contro l’obesità più potente mai sviluppato finora. I dati appena pubblicati dello studio clinico in fase avanzata sembrano confermare le attese. I pazienti trattati con la dose più alta hanno perso in media il 25% del proprio peso corporeo dopo 80 settimane, e addirittura il 30% dopo un periodo di estensione arrivato a 104 settimane. Più di un terzo dei partecipanti che assumevano retatrutide ha superato la soglia del 30% di peso perso.
Non si tratta solo di numeri sulla bilancia. In un gruppo di pazienti con artrosi del ginocchio legata all’obesità il dolore si è ridotto fino al 62%, mentre in chi soffriva di apnea ostruttiva del sonno gli episodi per ora sono calati fino al 57%. Anche i parametri cardiometabolici sono migliorati su tutta la linea, dalla pressione sanguigna ai trigliceridi fino al colesterolo LDL, quello cattivo. All’inizio della sperimentazione oltre un terzo dei volontari aveva il prediabete e alla fine la condizione era rientrata in più del 90% di loro.
Lo studio è partito nel 2023 e ha coinvolto 2.339 persone in 131 centri distribuiti in 11 Paesi. I partecipanti sono stati divisi in quattro gruppi quasi identici per numero: 4 mg di retatrutide, 9 mg, 12 mg oppure placebo. Il peso medio iniziale era di circa 113 kg con un indice di massa corporea medio di 40. Nelle analisi dedicate, 574 persone avevano l’artrosi al ginocchio e 243 l’apnea notturna. Negli Stati Uniti l’attesa per questa molecola è altissima, al punto che a giugno è emerso come alti funzionari sanitari dell’amministrazione Trump avessero concesso ad aprile un accesso speciale al medicinale sperimentale a un misterioso paziente di 79 anni. In molti hanno pensato allo stesso Trump, che all’epoca aveva proprio quell’età.
Come funziona il triplo meccanismo di retatrutide
Dietro il nuovo trattamento c’è Eli Lilly, la stessa azienda che produce tirzepatide, commercializzata come Zepbound per l’obesità e Mounjaro per il diabete di tipo 2. Entrambi i farmaci si basano sulla strada aperta da semaglutide (Ozempic e Wegovy) di Novo Nordisk, che agisce sul GLP1. Tirzepatide ha aggiunto un secondo bersaglio, il GIP, e retatrutide fa un passo in più inserendo nella combinazione anche il glucagone. Tre ormoni che si sovrappongono nella risposta al cibo e aiutano l’organismo a regolare la glicemia, il senso di sazietà, la quantità di cibo assunta e diversi processi metabolici.
Il loro rapporto è piuttosto intricato. Il GIP viene prodotto nel primo tratto dell’intestino tenue e stimola il rilascio di insulina in presenza di zucchero, ma favorisce anche la degradazione dei trigliceridi e agisce sul cervello dando la sensazione di pienezza. Quando la glicemia scende troppo spinge invece verso un aumento del glucagone. Quest’ultimo, rilasciato dal pancreas, è noto soprattutto per liberare glucosio e acidi grassi nel sangue in caso di ipoglicemia, anche se dopo i pasti sembra contribuire ad aumentare l’insulina, rallentare lo svuotamento dello stomaco e regolare i lipidi. Il GLP1, il più celebre del gruppo, nasce nella parte finale dell’intestino tenue e nel colon: aumenta l’insulina, rallenta la digestione, dà sazietà e può favorire la demolizione dei grassi. Insieme al GIP stimola poi l’adiponectina, un ormone utile per la sensibilità all’insulina e contro l’infiammazione.
I limiti dello studio e gli effetti collaterali
Il principio attivo di retatrutide è un unico peptide sintetico le cui diverse porzioni si legano ai recettori dei tre ormoni. La forza del legame però non è identica a quella naturale: rispetto a GLP1 e glucagone la molecola è meno potente, mentre sul GIP lo è quasi nove volte di più. Grazie alla sua stabilità resta attiva nel sangue per sei giorni e permette così un’iniezione settimanale.
C’è comunque un limite importante. La sperimentazione non ha messo retatrutide a confronto diretto con una terapia già esistente come tirzepatide, quindi per capire le differenze in termini di dimagrimento e benefici serviranno nuovi studi.
Sul fronte della sicurezza il quadro ricorda quello dei farmaci già in commercio. Gli effetti collaterali più frequenti sono stati disturbi gastrointestinali passeggeri e da lievi a moderati come nausea, diarrea e stitichezza. Alcuni pazienti hanno riferito capogiri e pressione bassa, soprattutto chi già assumeva farmaci per l’ipertensione. Dieci persone hanno avuto eventi cardiovascolari, di cui una nel gruppo placebo, e sono stati segnalati altrettanti casi di pancreatite, due dei quali tra chi riceveva il placebo. Lo studio non era abbastanza ampio per valutare questi rischi, che dovranno essere analizzati con sperimentazioni più grandi e di durata maggiore.
Fonte: TecnoAndroid








