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Chi ha passato pomeriggi interi davanti alla tv negli anni Novanta conosce a memoria il nome di Ash Ketchum, il ragazzino con il berretto e la Poké Ball sempre pronta, eppure quasi nessuno si è mai fermato a ragionare sul suo cognome. Perché quel Ketchum non è stato scelto a caso e nasconde un gioco di parole talmente semplice da risultare quasi imbarazzante, una volta scoperto. Basta ripetere ad alta voce lo slogan storico della serie e il meccanismo si smonta da solo.
In Giappone il protagonista di Pokémon si chiama Satoshi, un dettaglio che per il pubblico occidentale è rimasto a lungo curiosità da appassionati. Il nome era un omaggio diretto a Satoshi Tajiri, il creatore del videogioco, quindi cambiarlo in fase di adattamento ha rappresentato una piccola infedeltà alle origini. In Francia poi la scelta è stata ancora diversa, con Sacha Ketchum al posto di Ash. Dietro la decisione, però, non c’era soltanto la voglia di rendere il nome più familiare alle orecchie occidentali. C’era il marketing, e c’era un’idea piuttosto furba.
Il gioco di parole nascosto nello slogan
Lo slogan che accompagnava la serie e i videogiochi fin dal debutto era “Gotta catch’em all!”, tradotto in Italia con il celebre “Acchiappali tutti”. E qui arriva il punto: catch’em pronunciato di fretta suona esattamente come Ketchum. Il cognome del protagonista, insomma, è letteralmente la promessa commerciale del franchise trasformata in identità del personaggio. Una trovata di quelle che funzionano proprio perché nessuno le nota. Va detto che Ketchum esiste davvero come cognome. Il cantante Hal Ketchum e l’attore David Ketchum ne sono la prova, anche se probabilmente il portatore più famoso al mondo resta un allenatore di undici anni disegnato a mano. Difficile competere con chi ha attraversato Kanto, Johto e mezzo pianeta con un Pikachu sulla spalla.
Fuorilegge, treni rapinati e omaggi western
Il dettaglio più gustoso è che il cognome si incastra in un filone di riferimenti che l’adattamento occidentale ha seminato ovunque. I due membri più famosi del Team Rocket, nella versione internazionale, si chiamano Jessie e James, richiamo evidente al bandito Jesse James. Poco dopo sono arrivati Butch e Cassidy, altro omaggio trasparente al fuorilegge Butch Cassidy. Un pattern chiaro, costruito attorno all’immaginario del vecchio West e dei ladri leggendari.
E allora Ketchum? Anche lì c’è un precedente criminale, meno noto ma reale: Tom Ketchum, rapinatore di treni della stessa epoca. Il cerchio si chiude in modo quasi troppo perfetto, con un protagonista che porta il nome di un bandito e insieme lo slogan di un’intera generazione di collezionisti.
Quando Ash rischiava di chiamarsi Casey
C’è ancora un ultimo passaggio, raccontato da Veronica Taylor, la doppiatrice statunitense che ha dato voce al personaggio per anni. Al momento dei provini il protagonista non si chiamava ancora Ash. Il nome sul copione era Casey, una scelta che oggi fa sorridere chiunque conosca bene la serie, visto che quel nome sarebbe poi finito addosso a un altro personaggio.
Basta provare a pronunciare “Casey Ketchum” per capire perché la produzione abbia cambiato idea in corsa. Il ritmo si inceppa, le due parole si accavallano, il gioco di parole con lo slogan si perde per strada. Con Ash invece tutto scorre, secco e memorabile, esattamente come serviva a un cartone animato destinato a diventare fenomeno globale dopo il debutto giapponese del primo aprile 1997. Trent’anni dopo quel nome resta uno dei più riconoscibili dell’animazione, costruito su una battuta che il pubblico ha ripetuto migliaia di volte senza accorgersene mai davvero.










