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PlayStation, Sony rammenta: i giochi digitali sono in licenza e non venduti

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Il promemoria arrivato da PlayStation in questi giorni ha un contenuto piuttosto secco e per nulla nuovo dal punto di vista legale, eppure è finito nel mezzo di una tempesta: i giochi acquistati digitalmente sono concessi in licenza, non venduti. Una precisazione che compare nei termini di servizio da sempre, ma che stavolta è stata rilanciata proprio mentre montava la protesta degli utenti per l’abbandono del formato fisico. Diciamo che il senso del tempismo, dalle parti di Sony, poteva essere calibrato meglio.

Il testo richiamato parla chiaro. “Il Software è concesso in licenza all’utente, non venduto”, si legge, e subito dopo viene specificata la natura di quella concessione: una licenza limitata, non esclusiva, non trasferibile e personale, valida per giocare o utilizzare il software per uso privato e non commerciale sul sistema o sul dispositivo per cui è stato pensato. Nessuna sorpresa per chi mastica contratti digitali, molta amarezza per chi si è ritrovato quelle righe davanti agli occhi nel momento sbagliato.

Cosa dicono davvero i termini di servizio

C’è dell’altro. La licenza, spiegano i termini di servizio, decorre esclusivamente dalla data di uscita del software, dalla data di accesso anticipato oppure dalla data di pubblicazione della versione beta indicata. E poi la formula che chiude ogni discussione: tutti i diritti relativi al software che non sono espressamente concessi all’utente restano riservati, compresi quelli di proprietà intellettuale.

A seguire arriva un elenco di limitazioni tutt’altro che breve. Agli utenti è vietato noleggiare i giochi, concederli in leasing, modificarli, oppure “ottenere il Software in qualsiasi modo diverso dai metodi di distribuzione autorizzati da SIE”. Tradotto in linguaggio comune: quello che viene comprato sul PlayStation Store non equivale, sul piano contrattuale, alla proprietà del gioco. È il permesso di usarlo, alle condizioni fissate da Sony, e quel permesso resta ancorato all’account e al sistema previsto.

Nulla di tutto questo rappresenta una novità normativa. Il punto è un altro, ed è tutto politico nel senso più ampio del termine: ricordarlo pubblicamente proprio adesso ha avuto l’effetto di una benzina versata su un fuoco già acceso.

Il fuoco acceso dall’addio ai dischi

Il mese scorso Sony ha comunicato che i giochi per PlayStation non usciranno più su disco a partire dal 2028. Una decisione annunciata con toni ordinari, accolta con toni molto meno ordinari da una fetta consistente di pubblico. Chi compra in formato fisico lo fa spesso proprio per sfuggire alla volatilità del digitale, cioè alla possibilità che un contenuto sparisca dallo store, che un server venga spento, che un account venga bloccato. Sentirsi ripetere che il digitale non è di proprietà, in quel contesto, suona come una conferma dei timori peggiori.

La reazione si è tradotta in una protesta organizzata. È partito uno sciopero degli utenti PS5 contro l’addio ai dischi, con inviti espliciti a farsi sentire dove fa più rumore, ossia sui canali social ufficiali. Sotto ogni nuovo post e sotto ogni nuovo video pubblicato dall’azienda hanno iniziato ad accumularsi commenti negativi, con percentuali davvero significative rispetto al totale delle interazioni. Un fenomeno di massa, non un gruppetto di scontenti.

In un clima simile, la scelta di ribadire la formula sulla licenza ha finito per apparire quasi provocatoria, anche se probabilmente non era questa l’intenzione. Il risultato pratico è che due discussioni distinte, quella sulla fine del supporto fisico e quella sul reale controllo che i giocatori hanno sulle proprie librerie digitali, si sono saldate in un unico fronte di malcontento.

Resta il dato di fatto contrattuale, immutato: chi acquista un gioco digitale su PlayStation Store ottiene una licenza personale d’uso, revocabile alle condizioni stabilite, e non un bene di cui può disporre liberamente.

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