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Finisce davanti a un giudice federale la promessa di precisione di Oura Ring, l’anello intelligente che da anni viene venduto come uno degli strumenti più affidabili per capire cosa succede durante la notte. Una cliente californiana ha depositato un ricorso a San Francisco sostenendo che il dispositivo non sia in grado di distinguere le fasi del sonno con l’accuratezza raccontata nelle campagne pubblicitarie. L’obiettivo dichiarato è trasformare la causa in una class action aperta a tutti gli acquirenti statunitensi.
L’azienda finlandese produce anelli che, oltre al riposo, tengono sotto controllo diversi parametri di salute. Negli Stati Uniti il prezzo di partenza si aggira intorno ai 260 euro, mentre in Italia il modello più recente, Oura Ring 5, parte da 429 euro. Di notte i sensori registrano frequenza cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca, movimento, respirazione e temperatura corporea. Poi il software incrocia tutti questi dati e ricostruisce quanto tempo la persona ha trascorso sveglia e quanto nelle fasi di sonno leggero, profondo e REM.
L’accusa: stime vendute come misurazioni
Il cuore del ricorso sta proprio qui. Secondo la ricorrente, quelle che sono stime sarebbero state presentate come rilevazioni molto più solide di quanto un anello indossato al dito possa realmente offrire. Il paragone chiamato in causa è la polisonnografia, l’esame che si esegue in laboratorio e che misura l’attività elettrica del cervello, i movimenti oculari e il tono muscolare tramite elettrodi e altri sensori applicati al corpo. Nessuno di questi segnali arriva a un anello. La frase usata dagli avvocati nel documento è piuttosto diretta: il sonno avviene nel cervello, non al dito.
Nel ricorso vengono citate alcune espressioni comparse nella comunicazione commerciale dell’azienda, come “Built for accuracy” e “Unparalleled Accuracy”. Oura in passato ha parlato di un accordo del 79% con la polisonnografia nella classificazione delle quattro fasi del sonno. Nei materiali dedicati a Oura Ring 5 sarebbe invece comparso un riferimento a un’accuratezza del 95% rispetto a un laboratorio clinico. Numeri che, nella ricostruzione dei legali, non troverebbero riscontro nella ricerca indipendente.
Il dato che pesa e la richiesta di risarcimento
Gli avvocati portano infatti come prova uno studio condotto su 45 persone, dal quale sarebbe emersa un’accuratezza complessiva del 53,18% nel riconoscimento delle fasi. Non solo: l’anello avrebbe sovrastimato il sonno REM e sottostimato quello leggero e profondo. Il documento arriva a paragonare quel risultato al lancio di una moneta, con tutto quello che comporta in termini di credibilità di un prodotto venduto come strumento di precisione.
La persona che ha avviato l’azione legale si chiama Madison Surber e nel maggio 2025 ha acquistato un Oura Ring 4 Gold spendendo circa 440 euro. La sua posizione è semplice: conoscendo i limiti del sistema non avrebbe comprato l’anello, oppure lo avrebbe pagato meno. Le richieste riguardano lo stop alle comunicazioni commerciali giudicate ingannevoli e la restituzione delle somme versate in eccesso da chi ha acquistato il dispositivo.
La replica dell’azienda
Dal canto suo Oura respinge tutte le accuse e difende la solidità dei propri studi. La società spiega che l’anello ricostruisce le fasi del riposo combinando più segnali fisiologici e che diverse ricerche indipendenti ne avrebbero confermato l’affidabilità. Viene inoltre ribadito un punto che l’azienda considera dirimente: Oura Ring non è un dispositivo medico e non ha mai avuto la pretesa di sostituire un esame eseguito in clinica. La linea, per ora, è quella di portare avanti la propria posizione in tribunale.










