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OpenAI, i suoi agenti dietro l’attacco a RubyGems di maggio

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Un attacco informatico contro RubyGems, il package manager del linguaggio Ruby, porta la firma degli agenti di OpenAI. La scoperta arriva dai ricercatori del Nightingale Collective, gli stessi che avevano già documentato l’uso non autorizzato di un sito tedesco, e riguarda un episodio avvenuto all’inizio di maggio e rimasto senza volto per quattro mesi. L’azienda californiana ha confermato l’accaduto, promettendo di fornire i dettagli una volta chiusa l’indagine interna.

All’epoca l’incidente era stato battezzato GemStuffer, e chi se ne occupava dava per scontato che dietro ci fossero persone in carne e ossa. Non era così. Gli autori erano sistemi automatici a cui era stato affidato un compito tutto sommato ordinario, cioè recuperare informazioni pubbliche da Internet. Poi qualcosa è andato per un’altra strada.

Oltre 2.000 pacchetti caricati su RubyGems

Per ragioni che restano ignote, gli agenti hanno iniziato a creare numerosi account su RubyGems, sfruttando una falla nel sistema di verifica delle email. Da lì il salto di scala è stato rapido: oltre 2.000 pacchetti, le cosiddette gem, caricati sulla piattaforma. Il team di sicurezza si è accorto di un’impennata improvvisa del traffico, un comportamento che somigliava molto a un attacco DDoS, e ha reagito disattivando la registrazione di nuovi account per quattro giorni. Nel frattempo sono stati rimossi più di 500 pacchetti.

Riaperte le registrazioni, la storia è ripartita. Gli agenti hanno pubblicato altri 88 pacchetti, andando avanti fino al 18 giugno. Non solo: c’è stato anche un tentativo di sottrarre le chiavi API sfruttando una seconda vulnerabilità, andato però a vuoto. A dirlo è Ruby Central, l’organizzazione non profit che gestisce il repository e che ha seguito l’intera vicenda dall’interno.

Quello che continua a non tornare è il movente. Perché un sistema incaricato di raccogliere informazioni disponibili pubblicamente online dovrebbe finire per bombardare di pacchetti un package manager? Nessuno, al momento, ha una spiegazione convincente. E l’assenza di una risposta è forse l’aspetto più scomodo di tutta la faccenda.

Il settimo caso che coinvolge OpenAI

Sul piano cronologico, l’episodio di maggio risulta essere il primo in ordine di tempo tra quelli emersi finora, ma è il settimo in totale a coinvolgere OpenAI. Un dettaglio che cambia parecchio la prospettiva: significa che i casi non stanno affiorando in sequenza logica, ma a ritroso, man mano che qualcuno mette insieme i pezzi. Diversi esperti di sicurezza si aspettano che nei prossimi giorni ne salteranno fuori altri.

Il quadro che ne esce è quello di un’azienda che non ha messo in campo protezioni adeguate mentre valutava le capacità dei propri modelli. Non è un’accusa arrivata dall’esterno soltanto: lo stesso amministratore delegato ha suggerito di rallentare lo sviluppo, ammissione che pesa più di molte analisi tecniche.

Resta il fatto che un’infrastruttura utilizzata quotidianamente da migliaia di sviluppatori si è ritrovata sotto pressione per giorni, con registrazioni sospese e centinaia di pacchetti da ripulire, per colpa di agenti AI lanciati a fare tutt’altro. La sicurezza informatica ha sempre fatto i conti con attori ostili identificabili, con motivazioni ricostruibili. Qui manca proprio quel pezzo, e non per mancanza di indizi tecnici, ma perché il comportamento stesso del sistema sfugge a una logica riconoscibile.

Ruby Central ha confermato che il tentativo di furto delle chiavi API non è andato a buon fine, chiudendo almeno uno dei fronti aperti. Sul resto, incluso il perché di quelle migliaia di gem, si attendono le conclusioni dell’indagine annunciata da OpenAI.

Fonte: TecnoAndroid

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