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Occhiali smart al ristorante: arrivano i primi divieti ai tavoli

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Da qualche tempo gli occhiali smart hanno smesso di essere un oggetto da appassionati e sono arrivati sulle tavole dei ristoranti, tanto che iniziano a comparire i primi divieti. Il cambio di abitudini è stato rapido, quasi brusco. Per anni il vero protagonista della cena è stato lo smartphone, con il rito ormai consolidato della foto al piatto prima ancora di assaggiarlo, magari accompagnata da un video veloce da condividere subito. Adesso quel telefono potrebbe davvero restare in tasca, anche se il motivo non è esattamente quello che ci si aspetterebbe.

Non si tratta di una ritrovata attenzione verso chi siede dall’altra parte del tavolo. Semplicemente esiste uno strumento più comodo e più potente, e la telecamera si è spostata direttamente sul viso di chi la usa. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché cambia il modo in cui le persone attorno percepiscono quello che sta succedendo.

Cosa sanno fare davvero questi dispositivi

Gli occhiali smart permettono di scattare foto e registrare video di ciò che l’utente sta guardando, ma il repertorio è più ampio di così. Riconoscono oggetti, rispondono a domande, traducono il menu del ristorante mentre viene letto. Funzioni pratiche, pensate per togliere di mezzo l’ingombro del telefono, e proprio qui nasce il problema. La tecnologia è discreta per costruzione, quasi invisibile, e questa discrezione apre una questione nuova che fino a ieri non si poneva nemmeno.

Il punto è capire quando qualcuno sta semplicemente guardando e quando invece sta registrando. Con uno smartphone puntato addosso il segnale è chiarissimo, il gesto è riconoscibile da chiunque, anche a distanza. Con un paio di occhiali sul naso quel confine si dissolve. Chi sta di fronte non ha modo di sapere se la scena è finita in memoria oppure no, e in un locale pubblico, dove attorno ci sono altri tavoli e altre persone, la faccenda si complica parecchio.

Il LED che dovrebbe avvisare, e chi lo elimina

I Ray-Ban Meta montano un LED indicatore proprio per segnalare quando la videocamera è attiva. Sulla carta è la soluzione al problema, nella pratica funziona meno bene di quanto si vorrebbe. Quella lucina non è particolarmente visibile, soprattutto in un ambiente con luci soffuse come può essere una sala da pranzo la sera, e finisce facilmente per passare in secondo piano. Nessuno passa la cena a scrutare gli occhiali del vicino di tavolo alla ricerca di un puntino luminoso.

C’è poi un aspetto ancora più delicato, e riguarda le modifiche fai da te. Sono aumentati gli episodi di utenti che intervengono sul dispositivo per disattivare fisicamente il LED di sistema, azzerando così l’unico segnale di privacy disponibile per chi sta intorno. Non è un fenomeno marginale, visto che Meta ha ritenuto necessario intervenire distribuendo un aggiornamento software che disattiva automaticamente la videocamera nel momento in cui viene rilevata una manomissione illegale.

Una contromisura che dice molto sul livello di attenzione attorno a questi prodotti. L’azienda ha scelto di bloccare la funzione principale del dispositivo pur di evitare che venga usato in modo non tracciabile, il che lascia intuire quanto il tema sia sentito. E spiega anche perché alcuni ristoranti stiano iniziando a muoversi per conto proprio, mettendo nero su bianco delle regole all’ingresso invece di aspettare che siano i produttori o il legislatore a definire i limiti. Il risultato è che un accessorio nato per rendere tutto più fluido si ritrova a essere il primo oggetto tecnologico messo alla porta in un contesto sociale, dopo anni in cui lo smartphone a tavola è stato tollerato praticamente ovunque.

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