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Basta entrare in un bar mentre qualcuno indossa gli occhiali AI di Meta per finire, senza saperlo, dentro una causa collettiva che ora punta il dito su un problema molto più ampio della pubblicità ingannevole. La class action depositata dallo studio Clarkson Law Firm davanti alla corte federale di San Francisco è stata modificata, e la nuova versione allarga il perimetro a chi quegli occhiali non li ha mai comprati né indossati. Persone che non hanno firmato nulla, non hanno accettato termini di servizio, non hanno spuntato alcuna casella. Semplicemente si trovavano lì.
La causa originale, depositata il 4 marzo 2026, era una vicenda abbastanza classica di presunto inganno verso i consumatori. Gli acquirenti sostenevano che i Ray-Ban di Meta fossero stati venduti con la promessa di essere “progettati per la privacy”, mentre audio e video catturati sarebbero finiti in una catena di revisione umana, gestita secondo l’accusa da contractor all’estero, senza che nessuno lo avesse spiegato. Il ragionamento dei querelanti era lineare: sapendolo, non li avrebbero acquistati.
Dal consumatore ingannato al passante inconsapevole
Il documento aggiornato cambia però natura. Non parla più solo di chi ha speso soldi, ma introduce una classe di bystander, cioè le persone riprese senza consenso mentre si trovavano nel raggio d’azione di chi indossava il dispositivo. Volti, voci, corpi. Materiale che, stando alle accuse, sarebbe stato etichettato e integrato nei sistemi di addestramento dell’intelligenza artificiale di Meta.
L’elenco degli scenari citati nel deposito è pesante e non lascia molto spazio all’interpretazione: rapporti sessuali intimi, bambini durante il bagnetto, cambi di pannolino, allattamento, docce, momenti in cui ci si sta cambiando d’abito. La classe potenziale comprende conviventi, estranei di passaggio e minori. Il procedimento resta radicato nel distretto settentrionale della California e al momento non è arrivata alcuna decisione nel merito.
Ryan Clarkson, fondatore dello studio e co responsabile del collegio difensivo, ha riassunto la posizione senza troppi giri di parole: “Meta ha venduto a milioni di consumatori la bugia che i suoi occhiali AI fossero progettati per la privacy”. La modifica, ha aggiunto, porta dentro la causa anche “gli esseri umani dall’altra parte degli occhiali”. È un cambio di inquadratura piuttosto netto, che sposta il baricentro da una contestazione sul prodotto a una contestazione sulla sorveglianza. Meta non ha risposto pubblicamente alle nuove accuse.
Un banco di prova che riguarda tutto il settore
Il caso non viaggia da solo. Nel dicembre 2025 era già emersa in Germania una segnalazione regolatoria indipendente rivolta agli smart glasses di Meta, costruita attorno allo stesso nodo: quanto i rischi per la privacy dipendano dal modo in cui i dati personali alimentano l’addestramento dei modelli, e quale trasparenza sia dovuta a chi non è utente del dispositivo. Autorità e tribunali di diversi Paesi stanno convergendo sulla stessa domanda scomoda, e non è un buon segnale per chi produce dispositivi indossabili con fotocamera integrata.
Un paragone aiuta a capire la portata della questione. È come essere taggati nella Storia Instagram di uno sconosciuto prima ancora di sapere che le Storie esistono, con la differenza che qui i dati, secondo l’accusa, non scompaiono dopo ventiquattro ore e non c’è modo di rimuovere il tag. Il punto giuridico davvero in gioco non è stabilire se Meta abbia raccontato balle ai suoi clienti. È capire se le informative sulla privacy di un qualsiasi prodotto abbiano un valore vincolante nei confronti di chi non le ha mai accettate. Una risposta consolidata, per ora, non esiste.










