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Un finanziamento da circa 65 milioni di euro porta Ultrahuman a un passaggio di categoria, almeno nelle intenzioni dichiarate dall’azienda, che punta a trasformarsi da produttore di dispositivi indossabili a piattaforma di interfaccia tra corpo umano e computer. L’annuncio è arrivato il 3 settembre e porta con sé una lista di investitori piuttosto pesante, con Qualcomm Ventures in prima fila insieme a Labcorp, Alpha Wave, Blume, Nexus, Alteria e altri ancora.
Il termine che ricorre di continuo nelle comunicazioni della società è human computing, un concetto che sulla carta suona vago ma che nella pratica descrive bene la direzione presa. L’idea è costruire sistemi capaci di leggere lo stato del corpo in modo continuo, senza aspettare che sia la persona a chiedere qualcosa. Niente più app da aprire e dati da interpretare a mano, insomma, ma piattaforme che elaborano segnali e restituiscono indicazioni concrete. Ultrahuman lo mette nero su bianco parlando del passaggio da azienda di wearable per la salute a società di interfaccia uomo macchina costruita attorno al corpo.
Dove finiscono i soldi raccolti
I fondi serviranno ad accelerare il lavoro su quattro fronti che l’azienda elenca senza troppi giri di parole, ovvero sensori, intelligenza artificiale, elettronica miniaturizzata e algoritmi sanitari. Sono le quattro gambe su cui si regge tutto il resto, dai smart ring al monitoraggio continuo della glicemia con M1 e M2 Live, fino a Jade AI. Funzioni che gli utenti abituali conoscono già bene e che rispondono tutte allo stesso obiettivo di fondo, capire in che condizioni si trova chi indossa l’anello.
C’è poi Pulsomics, la piattaforma di ricerca lanciata quest’anno, che rappresenta il pezzo scientifico del puzzle. Il compito è quello di dare al software e agli anelli gli strumenti necessari per tradurre segnali corporei complessi in qualcosa di utilizzabile davvero, non l’ennesimo grafico da guardare distrattamente la mattina. Su questo punto Ultrahuman è stata esplicita nel dire che le piattaforme di calcolo del futuro dovranno comprendere il corpo umano in modo continuo e trasformare quei segnali in intelligenza che migliori concretamente la vita di una persona.
PowerPlugs, Emerald e il resto dell’ecosistema
Un ruolo importante nell’esperienza complessiva lo giocano i PowerPlugs, descritti dall’azienda come moduli che portano capacità sanitarie specializzate all’interno della piattaforma. L’esempio più chiaro arriva dalla collaborazione con Les Mills, annunciata ad aprile, che ha portato sullo smartphone sessioni di allenamento paragonabili a quelle di uno studio vero. L’app in quel caso sfrutta i biomarcatori raccolti per capire quando ha senso spingere e quando invece conviene rallentare, il che rende la cosa parecchio diversa da un semplice video da seguire.
Poi c’è l’aggiornamento Emerald, arrivato a luglio, che ha introdotto quello che l’azienda chiama decision engine, ribattezzato UltraSphere. Il funzionamento è abbastanza diretto, il sistema incrocia dati su sonno, variabilità della frequenza cardiaca, recupero, meteo, posizione e altri parametri, e da lì genera oltre 60 suggerimenti di tipo Next Best Action. Una specie di consigliere che non aspetta di essere interpellato, che è esattamente il punto attorno a cui ruota tutta la strategia.
La presenza di Qualcomm Ventures tra gli investitori non è un dettaglio secondario, considerando quanto conti la componente hardware in dispositivi così piccoli. Miniaturizzare sensori e mantenere consumi bassi resta la parte più complicata del mestiere, e i capitali raccolti a settembre servono anche a questo. Labcorp aggiunge invece un tassello dal lato clinico e diagnostico, il che dice qualcosa su come Ultrahuman immagini il proprio posizionamento nei prossimi anni.










