Netflix ha archiviato un secondo trimestre con numeri solidi, eppure Wall Street ha storto il naso. Il mercato ha praticamente ignorato quanto appena messo a segno, concentrandosi invece su ciò che verrà nei prossimi mesi, dove le stime della società sono rimaste al di sotto delle attese. A far storcere il naso agli investitori anche qualche perplessità sul tempo trascorso dagli utenti davanti allo schermo. Risultato? Il titolo ha reagito malissimo, arrivando a perdere oltre l’8%.
Ricavi su, ma il ritmo rallenta
Tra aprile e giugno la piattaforma ha registrato ricavi per 12,56 miliardi di dollari, praticamente allineati con le previsioni. Rispetto a dodici mesi prima la crescita è stata del 13,4%, un passo comunque più lento rispetto al 16,2% dei primi tre mesi del 2026. L’utile per azione si è fermato a EUR 1 mentre quello netto è salito da 3,3 a 3,4 miliardi. Per il terzo trimestre Netflix punta a incassi per 12,86 miliardi di dollari e un utile per azione di EUR 1, entrambi appena sotto quanto sperava il mercato. La crescita, secondo le previsioni, dovrebbe scendere all’11%. Per l’intero 2026, invece, la forbice resta tra 51 e 51,4 miliardi di dollari.
Meno rassicuranti i dati sulla liquidità. Il flusso di cassa libero è calato da 2,3 a 1,5 miliardi di dollari. Ci hanno messo lo zampino anche pagamenti fiscali più consistenti, legati in parte alla penale da 2,8 miliardi versata da Paramount Skydance dopo aver battuto Netflix nella corsa per accaparrarsi Warner Bros. Discovery. Negli Stati Uniti e in Canada, che restano il mercato di riferimento per la società, i ricavi sono cresciuti del 10%. Buono, certo, ma inferiore rispetto ai quattro trimestri precedenti. L’America Latina è stata l’unica area a mettere il piede sull’acceleratore rispetto all’inizio dell’anno.
La scommessa sul live
Nonostante Olimpiadi e Mondiali abbiano rubato parte dell’attenzione, gli spettatori hanno guardato più di 97 miliardi di ore di contenuti nei primi tre mesi dell’anno. Si tratta del dato più alto mai toccato dalla piattaforma, con una crescita del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Restano però alcune ombre sul tempo di visione. Nel 2025 la media giornaliera sarebbe scesa del 7%, fermandosi a un’ora e 33 minuti. Sono stati rilevati anche cali compresi tra il 30% e il 70% nel passaggio dalla prima alla seconda stagione di serie come The Night Agent, One Piece, The Four Seasons, Running Point e Beef.
Il co-CEO Ted Sarandos ha smorzato i toni, spiegando che una flessione tra una stagione e l’altra è piuttosto normale e dipende anche dallo sforzo promozionale riservato ai debutti. Le prime stagioni vengono spinte con campagne più corpose, mentre quelle successive partono da una base di pubblico diversa e ricevono un sostegno pubblicitario minore.
La società, intanto, continua a puntare forte sugli eventi in diretta. Nel 2026 il live si mangerà circa il 5% del budget dedicato ai contenuti, pur rappresentando appena l’1% delle ore effettivamente viste. Secondo il co-CEO Greg Peters non tutte le ore hanno lo stesso valore: le dirette generano meno tempo di visione rispetto a film e serie, ma possono catturare nuovi abbonati e offrire spazi molto appetibili agli inserzionisti.
Negli ultimi cinque anni gli eventi live hanno contribuito a sei delle dieci giornate con il maggior numero di nuove iscrizioni nella storia di Netflix. Un numero che spiega parecchio del perché la società continui a investire su sport, wrestling e altri appuntamenti in tempo reale, anche se il loro peso sulle ore complessive resta ancora contenuto.