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Neanderthal, i denti del cannibalismo erano di un’altra specie

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I denti preistorici che per anni sono stati raccontati come la prova di un Neanderthal finito nel menù dei primi esseri umani moderni, a quanto pare, non appartenevano affatto a un Neanderthal. Una nuova analisi ha ribaltato l’identificazione, e con essa una delle storie più citate quando si parla di incontri, scontri e presunti episodi di cannibalismo preistorico tra specie umane diverse. Il dettaglio non è marginale, perché quei resti erano diventati un tassello importante nella ricostruzione di ciò che accadeva in Europa nel momento in cui due popolazioni umane condividevano lo stesso territorio.

La vicenda ha il sapore tipico della paleoantropologia, disciplina in cui una singola misurazione può reggere un’intera narrazione oppure farla crollare. Un frammento di mascella, qualche corona dentaria, tracce interpretate come segni di macellazione, e il quadro sembrava chiuso. Le nuove scoperte raccontano invece qualcosa di diverso, e spostano l’attenzione su un altro fronte, quello della paternità delle prime opere d’arte complesse del continente.

Perché quei denti avevano convinto tutti

Il fascino di quell’interpretazione era evidente. Un Neanderthal ucciso e consumato da esseri umani moderni offriva un’immagine cruda e memorabile, il tipo di episodio che si presta bene ai titoli e alle sintesi divulgative. In più, si inseriva perfettamente in un modello già consolidato, quello secondo cui l’arrivo di Homo sapiens in Europa avrebbe segnato l’inizio della fine per le popolazioni che abitavano il continente da molto più tempo.

Il problema è che l’attribuzione di resti dentari a una specie o all’altra è tutt’altro che banale. Forme, spessori, proporzioni interne, dettagli dello smalto: sono elementi che possono sovrapporsi, e che diventano ancora più ambigui quando i frammenti sono pochi e mal conservati. Quando gli strumenti di analisi migliorano, capita che un vecchio reperto cambi identità. È esattamente quello che è successo in questo caso.

Il collegamento con l’arte più antica d’Europa

La parte più interessante, però, riguarda le conseguenze. Perché la riattribuzione di quei denti non si limita a correggere una scheda di catalogo: contribuisce a chiarire chi realizzò le prime forme di arte complessa in Europa. È una domanda aperta da decenni, e tutt’altro che accademica, perché tocca il cuore del modo in cui viene misurata la capacità simbolica di una specie.

Per molto tempo il pensiero astratto, la rappresentazione, la decorazione sono stati considerati un marchio esclusivo degli esseri umani moderni. Ogni volta che un’attribuzione viene rivista, quel confine si sposta un po’, e le gerarchie costruite negli anni passati diventano meno solide di quanto sembrassero. Un dente identificato male può bastare a rimettere in discussione un capitolo intero.

Resta il fatto che episodi come questo mostrano quanto sia mobile il terreno su cui si costruiscono le ricostruzioni del passato remoto. Le collezioni museali sono piene di materiali studiati con le tecniche disponibili trenta, cinquanta, ottanta anni fa, e ogni tornata di riesami produce sorprese. In alcuni casi si tratta di aggiustamenti tecnici che interessano solo gli specialisti. In altri, come qui, cade una storia che era entrata nell’immaginario collettivo.

La conclusione operativa è che quei denti non documentano più un atto di cannibalismo interspecifico, e che il presunto incontro violento tra Neanderthal e umani moderni in quel contesto va derubricato. Al suo posto emerge un quadro diverso su chi, in Europa, iniziò per primo a produrre manufatti dal valore simbolico riconoscibile.

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