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Nancy Grace Roman, il telescopio NASA più ampio di Hubble

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Il telescopio spaziale Nancy Grace Roman nasce da un’idea piuttosto semplice da spiegare e complicatissima da realizzare, cioè che per capire come si è evoluto l’universo non serve soltanto spingere lo sguardo sempre più lontano. Serve anche allargarlo. Guardare porzioni di cielo molto più ampie, perché è lì che emergono schemi, connessioni, ripetizioni e fenomeni che agli strumenti tradizionali sfuggono quasi per definizione. La NASA punta proprio su questo, con un osservatorio pensato per offrire una visuale enormemente più estesa rispetto a quella di Hubble.

Vale la pena fermarsi un attimo su questo punto, perché è il cuore di tutta la faccenda. Hubble e James Webb hanno regalato immagini spettacolari, entrate nell’immaginario collettivo, ma lavorano su oggetti specifici e su una porzione di cielo relativamente ridotta. Sono strumenti da dettaglio, da ritratto. Roman ragiona in modo diverso.

Meno primi piani, molte più panoramiche

La filosofia è quella di rinunciare in parte al ritratto ravvicinato per privilegiare il grande campo. Meno primi piani, dunque, e molte più panoramiche. Detta così potrebbe sembrare un passo indietro, e invece è esattamente il contrario, perché cambia il tipo di domande a cui si può rispondere. Un telescopio che inquadra una fetta di cielo molto larga non serve a studiare meglio una singola galassia, serve a contarne miliardi. E il conteggio, in astronomia, è tutto fuorché un esercizio noioso.

Il telescopio spaziale Nancy Grace Roman potrà infatti realizzare un censimento su scala enorme, ricostruendo la distribuzione della materia nell’universo. Non la posizione di qualche oggetto isolato, ma la mappa complessiva, l’architettura, la trama su cui tutto il resto si appoggia. È una differenza di approccio che vale quanto un salto tecnologico, perché mette gli scienziati nelle condizioni di ragionare su statistiche solide anziché su casi singoli.

Materia oscura ed energia oscura, i due grandi punti interrogativi

Qui arriva la parte più interessante. I dati raccolti serviranno a capire il ruolo della materia oscura e dell’energia oscura, due componenti che insieme costituiscono la maggior parte del cosmo e che, nonostante questo, restano ancora poco comprese. Un paradosso che accompagna l’astrofisica da decenni, cioè il fatto che quasi tutto ciò che riempie l’universo sia anche ciò che si conosce meno.

La materia oscura si manifesta attraverso i suoi effetti gravitazionali, si intuisce ma non si vede. L’energia oscura è il nome dato a quella spinta che governa l’espansione dell’universo, un fenomeno di cui si osservano le conseguenze senza avere ancora una spiegazione condivisa sulla natura. Per affrontare problemi di questa portata i primi piani non bastano, servono grandi numeri, servono confronti su vasta scala, servono mappe. Ed è precisamente il terreno su cui la NASA vuole giocare con Roman.

C’è poi un aspetto che riguarda il modo in cui i due approcci convivono. Roman non sostituisce Hubble né James Webb, li completa. Un osservatorio individua le regioni interessanti su una superficie molto ampia, gli altri possono poi tornarci sopra con lo sguardo ravvicinato che li contraddistingue. È una divisione dei compiti che ricorda quella tra una mappa geografica e una lente d’ingrandimento, dove nessuno dei due strumenti rende inutile l’altro.

Osservare più cielo, quindi, non è un ripiego rispetto all’osservare più lontano. È l’altra metà del lavoro, quella che permette di trasformare una collezione di immagini straordinarie in una comprensione strutturata di come l’universo sia arrivato ad avere l’aspetto che ha oggi.

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