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Il dibattito sull’ADHD è diventato negli ultimi anni una specie di campo di battaglia culturale, dove si discute meno di clinica e molto più di sospetti: troppe diagnosi, troppi farmaci, e perfino il dubbio che il disturbo da deficit di attenzione e iperattività sia in qualche modo un’invenzione. Nel mezzo di questo rumore, c’è un punto che gli esperti continuano a ripetere e che quasi nessuno raccoglie: nessuno parla mai dei rischi che comporta il non ricevere un trattamento, o il riceverlo troppo tardi. Rischi che, come viene sottolineato senza giri di parole, sono enormi.
La frase è secca, quasi ripetuta due volte per essere sicuri che arrivi. “Nessuno parla mai, sai, di quali siano i rischi di non ricevere un trattamento o di ritardarlo. Sono enormi, giusto? Sono semplicemente, sono semplicemente enormi.” Detta così, senza tecnicismi, suona come un promemoria elementare. Eppure è esattamente il pezzo che manca nella conversazione pubblica sull’ADHD, dove l’attenzione si concentra quasi interamente sul lato opposto della bilancia.
ADHD: il lato della bilancia che nessuno guarda
Quando si parla di sovradiagnosi o di eccesso di trattamento, il ragionamento tende a muoversi in una sola direzione. Si valutano i possibili danni dell’intervento, si discute di prescrizioni, si mettono in fila i dubbi. È un esercizio legittimo, e in medicina è persino sano farsi domande su quanto e come si interviene. Il problema è che il calcolo resta incompleto: se si pesano soltanto le conseguenze del curare, e mai quelle del non curare, il risultato è per definizione distorto.
Ed è qui che il richiamo degli specialisti diventa insistente. L’assenza di un percorso terapeutico non è una condizione neutra, una sorta di pausa in cui nulla accade. È una scelta che ha effetti propri, e secondo chi lavora sul campo quegli effetti pesano moltissimo. Lo stesso vale per i ritardi: un’attesa prolungata prima di arrivare a una valutazione o a un trattamento non equivale a essere prudenti, equivale a lasciare il tempo di produrre conseguenze.
Panico morale e discussione pubblica sull’ADHD
La discussione attorno all’ADHD ha assunto i tratti tipici del panico morale: un tema che si diffonde rapidamente, si carica di significati che vanno oltre la medicina e finisce per parlare d’altro. Di educazione, di responsabilità individuale, di sfiducia verso le istituzioni sanitarie. In questo clima, la domanda “non è che stiamo diagnosticando troppo?” viaggia molto più velocemente e molto più lontano della domanda “cosa succede a chi resta fuori?”.
La differenza tra le due domande non è retorica. Una alimenta un sospetto generalizzato, l’altra chiede di guardare a persone concrete e a percorsi concreti. Chi si occupa di diagnosi e di trattamento dell’ADHD tende a ricordare che il dibattito, come è impostato oggi, tende a rendere invisibile proprio la seconda categoria: quelli che non arrivano, quelli che arrivano tardi, quelli che rinunciano perché intorno a loro il messaggio dominante è che tanto probabilmente non ne hanno davvero bisogno.
Il punto sollevato dagli esperti non è che ogni dubbio sia illegittimo. È che una conversazione seria richiede di considerare entrambi i lati, e che finora uno dei due è stato semplicemente saltato. Con una conseguenza pratica: si continua a parlare di ciò che potrebbe andare storto intervenendo, e quasi mai di ciò che va storto quando l’intervento non arriva. Rischi che, ripetuto ancora una volta, sono enormi.










