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MIT, i chip trasparenti e flessibili in silicio diventano reali

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Arrivano dai laboratori del MIT i primi chip trasparenti e flessibili costruiti con il silicio, e la notizia riguarda molto più di una curiosità da vetrina scientifica. Il punto di partenza è un problema che chiunque abbia provato a immaginare elettronica su superfici curve conosce bene, perché finché si lavora su supporti piatti e rigidi tutto fila liscio, mentre appena si chiede a un circuito di seguire la forma di un visore, di un parabrezza o del corpo umano le cose si complicano parecchio.

La fotonica al silicio è la tecnologia al centro di questa storia. Invece di affidarsi soltanto ai segnali elettrici, sfrutta la luce per far viaggiare le informazioni dentro i circuiti, con il vantaggio evidente di gestire enormi quantità di dati a velocità elevate. Un approccio che negli ultimi anni è diventato sempre più importante per tutto ciò che riguarda la trasmissione di dati ad alte prestazioni. Il limite, però, è sempre stato lo stesso, ovvero componenti rigidi e opachi, difficili da adattare a qualsiasi superficie che non sia perfettamente piana.

Dal wafer da 300 millimetri alla produzione vera

Il gruppo del MIT ha lavorato insieme agli ingegneri del complesso Albany NanoTech di NY Creates, e il risultato è un processo capace di produrre circuiti fotonici sottili, trasparenti e flessibili direttamente su wafer da 300 millimetri. La misura non è casuale, perché è esattamente quella che si usa nelle moderne fabbriche di semiconduttori. Tradotto, significa che non si parla di un prototipo assemblato a mano in un laboratorio universitario, ma di qualcosa che nasce già dentro una filiera produttiva reale.

È questa la differenza che pesa di più. Di dispositivi flessibili realizzati in condizioni sperimentali ne sono stati mostrati diversi negli anni, ma quasi sempre restavano lì, bloccati dal fatto che replicarli su scala industriale richiedeva macchinari, materiali o passaggi incompatibili con le linee esistenti. Qui invece il processo è pensato fin dall’inizio per essere compatibile con la produzione su larga scala, il che sposta la conversazione da “si può fare” a “si può fare in serie”.

Perché i chip flessibili cambiano le carte in tavola

Le applicazioni che si intravedono sono quelle dove la rigidità del silicio è sempre stata un ostacolo. Un visore per la realtà aumentata, per esempio, ha bisogno di componenti che seguano le curve delle lenti senza ingombrare e senza rompersi. Un parabrezza intelligente pone lo stesso problema, moltiplicato per una superficie molto più ampia e curva. E poi c’è tutto il capitolo dell’elettronica indossabile, dove il supporto è il corpo umano, quindi qualcosa che si muove, si piega e non perdona componenti fragili.

La trasparenza aggiunge un’altra dimensione interessante. Un circuito che non si vede può essere integrato in superfici ottiche senza comprometterne la funzione principale, cosa impossibile con i chip tradizionali opachi. Combinare le due caratteristiche, flessibilità e trasparenza, su un materiale collaudato come il silicio significa poter contare su decenni di know how produttivo invece di ripartire da zero con materiali esotici.

Il nodo, come sempre in questo settore, resta il passaggio dalla dimostrazione tecnologica ai prodotti finiti. Ma il fatto che il lavoro sia stato impostato su wafer standard, dentro una struttura come Albany NanoTech, dice qualcosa sulle intenzioni. La fotonica flessibile smette di essere un esercizio di stile e comincia a somigliare a una tecnologia che le fabbriche di semiconduttori possono davvero prendere in carico.

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