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Missili ipersonici, la Space Force punta su Leonardo DRS

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La corsa ai missili ipersonici ha aperto un problema che sulla carta sembra banale e nella pratica non lo è affatto: seguirli. La US Space Force ha deciso di affrontarlo dall’alto, affidandosi a un nuovo prototipo di sensore spaziale che dovrà fare molto più che accorgersi del passaggio di un oggetto veloce. Dovrà riconoscerlo, inseguirlo senza perderlo e restituire dati abbastanza puliti da essere usati da chi deve prendere decisioni in tempi strettissimi. A svilupparlo sarà Leonardo DRS, azienda statunitense con un legame diretto con l’Italia. Il punto tecnico è tutto lì. Un missile tradizionale segue una traiettoria prevedibile, un profilo balistico che i sistemi di allerta conoscono bene. Le armi ipersoniche no. Cambiano rotta, manovrano, si muovono in zone dell’atmosfera dove i sensori classici faticano. E se il contatto si perde anche solo per qualche istante, il bersaglio va ricercato daccapo, con tutto quello che comporta in termini di tempo perso.

Perché il tracciamento continuo cambia le regole del gioco

Vedere una minaccia per pochi secondi, di fatto, serve a poco. Serve invece un sistema capace di ricostruire posizione e movimento in modo continuo, anche quando l’oggetto compie manovre brusche o si trova in condizioni ambientali poco favorevoli. È la differenza tra sapere che qualcosa sta arrivando e sapere esattamente dove sarà tra qualche secondo, informazione senza la quale nessun sistema di intercettazione può funzionare davvero. Il prototipo affidato a Leonardo DRS punta proprio su questo: non solo rilevamento, ma identificazione e inseguimento costante, con una precisione tale da alimentare i sistemi di comando e puntamento. In altre parole, i dati raccolti dallo spazio devono arrivare abbastanza dettagliati da essere immediatamente utilizzabili, senza passaggi intermedi che rischierebbero di far evaporare il vantaggio temporale.

Le applicazioni più evidenti riguardano appunto i missili ipersonici e i sistemi antisatellite, due categorie di minacce che condividono la caratteristica di essere rapide e difficili da inquadrare con gli strumenti convenzionali. L’azienda, va detto, non ha specificato quali bersagli verranno effettivamente impiegati durante il programma, quindi il perimetro operativo resta volutamente generico.

Il tassello italiano dentro un programma americano

Il dettaglio che rende la vicenda interessante anche da questa parte dell’oceano riguarda la proprietà. Leonardo DRS è una società costituita nel Delaware, con sede ad Arlington in Virginia, quindi statunitense a tutti gli effetti. Ma il controllo è italiano: Leonardo S.p.A., attraverso Leonardo US Holding, detiene attualmente circa il 71,3% delle azioni.

Una struttura di questo tipo permette al gruppo italiano di partecipare a programmi della difesa americana rispettando i vincoli che Washington impone sui contratti sensibili. Il risultato è che un pezzo di tecnologia destinata alla US Space Force nasce dentro un perimetro industriale che ha radici italiane, anche se opera sotto giurisdizione e regole statunitensi.

Occhi nello spazio, non a terra

Spostare i sensori in orbita non è una scelta casuale. I radar terrestri hanno un limite fisico legato alla curvatura del pianeta e riescono a vedere una minaccia solo quando è già relativamente vicina. Un sensore spaziale guarda dall’alto e copre aree molto più ampie, il che significa allertare prima e mantenere il contatto più a lungo, anche mentre l’oggetto si sposta tra teatri diversi.

Per ora si parla di un prototipo, quindi di una fase che serve a dimostrare che la tecnologia funziona prima di pensare a una costellazione operativa. Ma la direzione presa dalla Space Force è chiara: costruire una rete di rilevamento che non lasci buchi temporali, perché contro un vettore che viaggia a velocità ipersonica ogni secondo di incertezza si traduce in chilometri di margine perso.

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