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Windows 11, ad esempio, richiede obbligatoriamente un TPM 2.0 per abilitare funzionalità come BitLocker e Secure Boot. In scenari virtualizzati, tale requisito viene soddisfatto tramite il vTPM, che però è strettamente connesso all’host fisico attraverso due certificati autofirmati. Microsoft chiarisce che senza il corretto trasferimento di tali certificati, uno destinato alla crittografia e l’altro alla firma, le operazioni di migrazione live o di esportazione manuale possono fallire. Ciò accade perché le VM protette non riescono ad avviarsi correttamente sul nuovo host. Bloccando di fatto il riposizionamento dei carichi di lavoro sensibili.
La guida descrive con precisione ogni fase necessaria per evitare tali problemi. In particolare, i certificati devono essere esportati dal sistema di origine in un unico file in formato PFX, comprensivo delle chiavi private. Tale file va poi importato manualmente nello store “Shielded VM Local Certificates” degli host di destinazione. Solo così sarà possibile mantenere attiva la catena di fiducia tra la macchina virtuale e l’ambiente che la ospita. Assicurando la piena operatività dopo la migrazione.
Un altro elemento di rilievo trattato nella documentazione è la durata temporale dei certificati vTPM. Quest’ultima è fissata a dieci anni. A tal proposito, Microsoft include anche le istruzioni per rigenerare e sostituire i certificati in scadenza. Fornendo strumenti automatizzati basati su PowerShell per semplificare il lavoro degli amministratori. In tal modo si riduce al minimo il rischio di errori e si agevola la manutenzione proattiva delle infrastrutture virtuali. Per ottenere tutte le informazioni e le indicazioni operative, è possibile fare riferimento alla guida completa disponibile tramite i canali ufficiali Microsoft.






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