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Per Mustafa Suleyman, amministratore delegato di Microsoft AI, la paura che l’intelligenza artificiale spazzi via il lavoro umano è decisamente esagerata. Il manager ha rilanciato una stima secondo cui nei prossimi dieci anni l’IA potrebbe sostituire circa il 5% del lavoro negli Stati Uniti. Un numero che sembra rassicurante ma che, guardato da vicino, racconta una storia più complessa di quanto appaia.
La presa di posizione di Suleyman è arrivata il 6 ottobre 2026, poche ore prima dell’evento Windows e Surface che Microsoft aveva dedicato proprio all’intelligenza artificiale. Il tempismo non è casuale e il messaggio è chiaro. Automatizzare alcune attività non significa far sparire intere professioni.
Compiti automatizzati ma professioni ancora in piedi
Il ragionamento del manager si regge su una distinzione semplice tra i singoli compiti e il mestiere nel suo insieme. Secondo Suleyman gran parte delle attività svolte al computer da avvocati, contabili, project manager e addetti al marketing potrebbe essere automatizzata del tutto da un’IA. Eppure queste figure non sarebbero destinate a scomparire. Il lavoro resta, cambia piuttosto il modo in cui viene svolto e soprattutto la velocità, perché una fetta delle mansioni passa alle macchine.
A sostegno di questa visione c’è la stima dell’economista del MIT e premio Nobel Daron Acemoglu, che l’ha riproposta in un saggio uscito a luglio sul primo numero di The Humanist Review, rivista edita proprio da Microsoft AI. Il calcolo è abbastanza lineare. L’IA sarebbe tecnicamente in grado di automatizzare circa il 20% del lavoro negli Stati Uniti, in particolare le attività d’ufficio più semplici, ma nell’arco di un decennio le aziende ne adotterebbero solo un quarto. Ecco il 5%, che lo stesso Acemoglu definisce comunque una stima approssimativa.
Il nodo sta tutto nello scarto tra ciò che l’IA sa fare e ciò che le imprese riescono davvero a usare. L’economista ammette che i modelli sono migliorati più in fretta del previsto, ma gli strumenti facili da adottare non hanno compiuto lo stesso salto. I risultati nella scrittura del codice o nella diagnostica radiologica sono notevoli in laboratorio, dove il contesto è chiaro e i compiti ben delimitati. Nella realtà gli ingegneri passano molto tempo a correggere il codice generato dall’IA, mentre medici e radiologi faticano a integrare queste tecnologie con la propria esperienza.
Trasformazione prima della sostituzione
Acemoglu ricorda che diverse ondate di previsioni hanno già annunciato la fine di radiologi, autisti e contabili, senza che nulla di simile sia successo. Gli ospedali hanno ancora bisogno di radiologi, anzi più di prima. Questo però non vuol dire che il restante 95% dei posti sia al sicuro. Un’azienda potrebbe aver bisogno di meno persone per una certa attività anche se l’IA non gestisce da sola l’intero mestiere. E le due posizioni non coincidono del tutto, perché Suleyman parla di capacità tecniche mentre l’economista stima quanto di quelle capacità verrà effettivamente sfruttato dall’economia statunitense.
Il saggio contiene anche avvertimenti meno rassicuranti. Sulla strada attuale l’IA rischia di aumentare le disuguaglianze, provocare perdite di posti molto consistenti e non garantire i grandi aumenti di produttività promessi. Nella Silicon Valley, sostiene Acemoglu, la parità con le capacità umane è diventata il principale metro di successo, spingendo verso un’automazione totale anziché verso strumenti che affianchino le persone. Un esempio arriva dalla scuola, dove un sistema di IA potrebbe individuare gli argomenti su cui ogni studente fatica, così che l’insegnante possa organizzare piccoli gruppi di approfondimento.
Le altre stime sul futuro dell’occupazione
Le previsioni restano discordanti. Dario Amodei, numero uno di Anthropic, a gennaio aveva ipotizzato che l’IA potesse stravolgere il 50% dei lavori impiegatizi di primo livello nel giro di un periodo compreso tra uno e cinque anni. I dati raccolti poi dalla stessa azienda appaiono più sfumati. Nell’Economic Index di giugno solo il 10% dei lavoratori riteneva probabile perdere l’impiego entro dodici mesi, mentre più di un terzo si aspettava un cambiamento significativo delle proprie responsabilità.
Anche la ricerca ATLAS di Google, basata su 15 milioni di interazioni anonimizzate, indica che l’IA viene usata per circa il 21% dei compiti di un lavoro tipico e che meno del 10% di queste interazioni porta alla completa automazione. Il quadro di OpenAI sulla transizione occupazionale va nella stessa direzione, sottolineando che in molti ambiti il rapporto umano resta centrale perché i clienti vogliono parlare con una persona e le istituzioni pretendono che qualcuno si assuma la responsabilità.
Fonte: TecnoAndroid








