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L’azienda ha specificato che il contratto con Israele segue modalità commerciali standard e rispetta le linee guida aziendali sull’uso etico della tecnologia. Eppure, resta il fatto che la società stessa ha ammesso di non avere pieno controllo su come i clienti impieghino le sue soluzioni. Specialmente se installate su infrastrutture gestite autonomamente. Tale margine di incertezza solleva dubbi sulla reale efficacia dei controlli e sul grado di responsabilità che la multinazionale può o vuole assumersi.
I critici sottolineano, inoltre, l’incoerenza tra l’attuale posizione dell’azienda e decisioni prese in altri contesti. Durante la guerra in Ucraina, Microsoft aveva, infatti, sospeso le vendite in Russia. Mentre con Israele i contratti restano attivi nonostante le numerose denunce internazionali. Le preoccupazioni si aggravano alla luce di alcune inchieste giornalistiche che documentano un’estensione dell’uso di strumenti AI da parte delle forze israeliane, anche per finalità di sorveglianza e analisi comunicativa, in parte basati su tecnologie fornite da Microsoft.
Nel suo blog ufficiale, l’azienda ha cercato di prendere le distanze da ogni coinvolgimento operativo. Ha dichiarato di non avere mai fornito tecnologie esplicitamente progettate per attività di targeting militare. Eppure, offrire infrastrutture tecnologiche a soggetti coinvolti in crisi umanitarie significa, secondo gli oppositori, contribuire a rafforzare quei meccanismi. Al momento, non resta che attendere e scoprire quale sarà la strategia adottata da Microsoft riguardo tale complessa questione.






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