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Meta condannata a pagare altri 567 milioni per danni ai minori

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Un tribunale del New Mexico ha ordinato a Meta di pagare ulteriori 567 milioni di dollari, pari a circa 524 milioni di euro, dopo aver stabilito che le piattaforme del gruppo hanno causato danni ai minori dello Stato. La decisione arriva dopo mesi di battaglia legale e va ad aggiungersi a una prima sanzione già pesante, in un caso che ruota tutto attorno alla sicurezza dei minori online.

Facciamo un passo indietro. A marzo una giuria aveva ritenuto Meta responsabile della violazione delle leggi sulla tutela dei consumatori, in una causa promossa dal procuratore generale dello Stato. L’accusa parlava di sfruttamento dei minori e di altri problemi legati alla protezione dei più giovani. Da lì era arrivata la prima condanna, 375 milioni di dollari di sanzioni civili, circa 347 milioni di euro. Poi si è aperta una seconda fase del processo, quella pensata per capire se l’azienda potesse essere considerata un vero e proprio “public nuisance“, un pericolo pubblico per gli adolescenti. La risposta è stata affermativa, e i nuovi 567 milioni di dollari finiranno in un fondo destinato a programmi di prevenzione e riparazione.

Il paragone del giudice e le nuove regole imposte

Nella sua sentenza il giudice Bryan Biedscheid ha usato un’immagine piuttosto diretta. Ha paragonato le piattaforme di Meta a delle fabbriche, con la pubblicità e i contenuti come prodotti e il danno psicologico e lo sfruttamento sessuale dei minori come una forma di inquinamento emesso da quegli impianti. E proprio come l’inquinamento non resta confinato dentro i cancelli di una fabbrica, secondo il giudice gli effetti nocivi di queste app “migrano verso internet nel suo complesso e, cosa forse più preoccupante, verso il mondo reale”. Il giudice ha chiarito un punto importante. La sentenza non punta a chiudere le app di Meta, ma a porre rimedio ai danni già provocati. Ad aprile l’azienda aveva minacciato che, in caso di sconfitta, avrebbe potuto essere costretta a ritirare del tutto i propri servizi dallo Stato, definendo le richieste troppo “gravose”. Il procuratore generale Raúl Torrez aveva liquidato quella minaccia come una semplice mossa di immagine.

I soldi della sanzione andranno a finanziare diversi progetti, tra cui corsi di formazione sulla sicurezza in rete rivolti a insegnanti, consulenti scolastici, psicologi e personale sanitario, oltre a centri di salute di comunità. Ma non finisce con il denaro. Il tribunale ha imposto a Meta di introdurre modifiche concrete su Facebook e Instagram. WhatsApp invece è stato scagionato, perché ritenuto non responsabile del danno pubblico.

Le regole per gli account dei minorenni sono molte. Su Instagram i profili degli under 18 dovranno essere privati per impostazione predefinita. Su Facebook, per gli stessi utenti, le amicizie saranno limitate ad altri minorenni. Gli account privati dei ragazzi non compariranno nelle ricerche a meno che non si cerchi lo username esatto, e non verranno consigliati ad altri. Nessuna modifica alle impostazioni predefinite senza il consenso di un genitore o di un tutore, oppure senza la prova di aver compiuto 18 anni.

Le piattaforme non potranno suggerire account di under 18 e dovranno impedire agli adulti non collegati di scrivere loro messaggi. Le notifiche push per i minorenni saranno sospese dalle 22 alle 7 ogni giorno, e dalle 8 alle 15 durante l’anno scolastico, fine settimana esclusi. I “like” resteranno nascosti agli under 18, e ci sarà un limite di utilizzo obbligatorio, 90 ore al mese tra Facebook e Instagram. Ogni giorno comparirà anche un banner informativo con consigli sulle pratiche sicure e sugli strumenti per segnalare comportamenti e contenuti inappropriati. Il tribunale però non ha accolto la richiesta di intervenire sugli algoritmi di Meta, nonostante l’accusa sostenesse che creano circoli viziosi dannosi. Su X, Andy Stone di Meta ha fatto sapere che l’azienda non è d’accordo con la sentenza e presenterà ricorso, ribadendo l’impegno a tenere le persone al sicuro sulle proprie piattaforme e la trasparenza sulle difficoltà nell’individuare e rimuovere contenuti pericolosi.

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