Quello che sembrava un affare ormai chiuso rischia di sgretolarsi prima ancora di partire davvero. Al centro della vicenda c’è Meta, il colosso americano guidato da Mark Zuckerberg, che avrebbe avviato le procedure per smontare l’operazione da 2 miliardi di dollari (circa 1,8 miliardi di euro) legata a Manus, una delle prime startup al mondo ad aver mostrato concretamente cosa significa parlare di AI agentica.
Il punto più spinoso non è una scelta nata dentro gli uffici di Menlo Park. La spinta arriva direttamente da Pechino, e per motivi di sicurezza nazionale. Una decisione del governo cinese, arrivata circa due mesi fa, sta costringendo l’azienda a costruire una sorta di muro digitale per tagliare fuori la startup dai propri sistemi interni. Cosa piuttosto inedita, se si guarda al modo in cui di solito vanno queste cose.
Una separazione già in corso
Il distacco operativo non è rimasto sulla carta. Stando a quanto trapelato nelle ultime ore, Meta ha già bloccato l’accesso ai propri database ai dipendenti di Manus e ha chiesto al proprio personale di smettere di usare gli strumenti della startup, spostando i progetti ancora attivi sulle infrastrutture interne del gruppo.
Si ferma così un’operazione che a dicembre era stata presentata come un passaggio chiave per l’integrazione di sistemi autonomi, capaci cioè di pianificare ed eseguire compiti complessi online senza bisogno di supervisione costante. Un tassello che doveva pesare parecchio nella strategia sull’intelligenza artificiale del gruppo.
C’è poi un dettaglio che rende tutto più curioso. Anche se la sede di Manus era stata formalmente trasferita a Singapore a metà del 2025, le autorità cinesi hanno respinto ogni tentativo di prendere le distanze a livello normativo. Pechino rivendica la paternità tecnologica e vuole tutelare il talento locale legato a Butterfly Effect, la società d’origine della startup.
I piani dei fondatori e la stretta di Pechino
Mentre i legami con gli Stati Uniti si allentano, i fondatori di Manus stanno già guardando avanti. L’idea è raccogliere circa 1 miliardo di dollari (intorno ai 920 milioni di euro) da investitori esterni, riacquistare la startup da Meta e riorganizzarla come joint venture cinese, con un occhio già rivolto a una possibile quotazione sulla borsa di Hong Kong.
Nel frattempo la pressione di Pechino sul settore tecnologico privato si fa sempre più pesante. Oltre a questo stop, il governo ha introdotto restrizioni ai viaggi per ricercatori e manager, che adesso hanno bisogno di un’approvazione statale per andare all’estero. E non è tutto. Gruppi nazionali del calibro di ByteDance e Moonshot AI dovranno ottenere il via libera dalle autorità prima di accettare qualsiasi investimento finanziario in arrivo dagli Stati Uniti.