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Mercedes: due stabilimenti tedeschi a rischio, nomi segreti

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Due stabilimenti tedeschi di Mercedes sono finiti ufficialmente nella lista dei siti a rischio, e la notizia arrivata da Stoccarda pesa più di quanto suggerisca il comunicato stringato. La casa automobilistica ha messo nero su bianco un giudizio poco lusinghiero sulla propria produzione in Germania, definendola non più competitiva rispetto a quanto accade altrove nel mondo. Un paradosso che racconta bene il momento dell’industria tedesca: i marchi più desiderati del pianeta iniziano a faticare per permettersi di costruire automobili in casa propria.

Il riferimento immediato, quasi automatico, porta a Wolfsburg. Volkswagen ha già imboccato la strada più dura, con un piano da 100.000 esuberi su scala globale e un calendario di chiusure che cancellerà quattro impianti tedeschi. Il primo a spegnersi sarà Emden, insieme a Zwickau, nel 2031. Poi toccherà a Hannover nel 2032, mentre Neckarsulm chiuderà la sequenza nel 2034. Un decennio di smantellamento programmato che soltanto pochi anni fa nessuno avrebbe considerato realistico.

Il toto fabbrica che tiene in sospeso migliaia di lavoratori

La Casa della Stella ha parlato di due siti in bilico, uno dedicato all’assemblaggio delle vetture e uno alla produzione dei motori. Poi si è fermata lì. Nessun nome, nessuna indicazione geografica, e il risultato era prevedibile: il gioco delle ipotesi è partito subito. Le candidature non mancano. Sul versante delle linee di montaggio figurano Sindelfingen, Brema e Rastatt, ai quali si aggiungono i due poli dei veicoli commerciali, Düsseldorf e Ludwigsfelde. L’elenco dei stabilimenti Mercedes legati a motori e componentistica è ancora più lungo, dal centro nevralgico di Untertürkheim fino a Berlino, Amburgo, Affalterbach, Kuppenheim, Kölleda, Arnstadt e Kamenz. Per ora chi lavora in questi impianti può soltanto attendere, senza avere elementi concreti su cui ragionare. Dietro la scelta di Stoccarda non c’è stato un tracollo improvviso, piuttosto una pressione che si accumula da tempo. In Germania energia e manodopera costano più che nei Paesi concorrenti, e questo divario finisce dritto nei bilanci, erodendo i margini. Per un costruttore premium, che vive di redditività elevata, il problema tocca il cuore stesso del modello di business.

Più ore senza aumenti, la proposta che accende lo scontro

Tra le opzioni valutate dal management per rimettere in ordine i conti ce n’è una destinata a creare tensione: chiedere ai dipendenti di lavorare più a lungo mantenendo invariato lo stipendio. Nella sostanza, una riduzione del costo orario che lascia intatte le buste paga nominali. I sindacati hanno già preso posizione senza mezzi termini, annunciando opposizione a qualsiasi taglio o sacrificio imposto dall’alto. In un Paese dove la contrattazione collettiva ha un peso enorme, la trattativa promette di essere lunga e complicata.

Il caso di Stoccarda è l’ultimo tassello di un quadro che riguarda l’intero comparto. L’automotive tedesco si trova a combattere su tre fronti contemporaneamente: un mercato che assorbe meno vetture, una transizione elettrica complicata e costosa, e l’avanzata dei costruttori cinesi, ormai capaci di mettere insieme tecnologia e prezzi aggressivi.

Tre problemi insieme, nessuna scorciatoia

Presi uno alla volta, sarebbero ostacoli affrontabili. Sommati, rischiano di ridisegnare la geografia produttiva dell’auto europea nel giro di pochi anni. Le chiusure di stabilimenti annunciate da Volkswagen hanno già rotto un tabù, e il fatto che anche Mercedes cominci a valutare seriamente il destino dei propri impianti domestici dice molto su quanto sia cambiato il clima.

Nessuno, per il momento, ha fissato date o pubblicato elenchi definitivi. L’unica cosa comunicata riguarda il numero, due impianti, e la loro natura, uno di assemblaggio e uno di motori. Il resto, dalle tempistiche alle eventuali ricadute sull’occupazione, resta materia di discussione tra azienda e rappresentanze dei lavoratori, con le organizzazioni sindacali già schierate su posizioni difensive e il management che punta a recuperare margini prima che il divario di costi energia e lavoro con gli altri Paesi produttori diventi ancora più ampio.

Fonte: TecnoAndroid

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