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Portare mattoni dalla Terra per costruire case su Marte è una di quelle idee che crollano al primo calcolo: servirebbe attraversare qualcosa come 200 milioni di chilometri con un carico di materiale da cantiere, e nessuna agenzia spaziale ha intenzione di firmare una bolletta simile. Per questo la strada battuta dai ricercatori è un’altra, cioè sfruttare quello che il pianeta rosso ha già in casa, aggiungendo al massimo qualche ingrediente leggero e riutilizzabile. E qui arriva la proposta più curiosa vista finora, che mette insieme gelatina e lievito come se fosse la base di un dolce.
Il gruppo che ci ha lavorato viene dall’Università di Scienza e Tecnologia di Hong Kong. Partendo da quei due presupposti, materiali locali e trasporto minimo, ha infilato nell’equazione anche una stampante 3D. Per ora i risultati sono minuscoli, cupole grandi quanto un tappo di sughero, però le prove meccaniche lasciano intravedere qualcosa di molto più ambizioso.
Marte: rocce marziane, colla biologica e un pizzico di cucina
Il problema di fondo è semplice da spiegare. Su Marte le rocce abbondano, quindi il sostituto del mattone c’è già e si chiama regolite marziana. Quello che manca è il collante. Nessuno può permettersi di spedire una betoniera a bordo di una navicella, e produrre cemento sul posto significherebbe bruciare una quantità di energia insostenibile. Serviva insomma un adesivo diverso, capace di tenere insieme i granelli senza impianti industriali.
La soluzione trovata è ibrida tra biologia e pasticceria. Il lievito è stato modificato geneticamente per esporre sulla propria superficie le stesse proteine che i mitili usano per attaccarsi agli scogli, una specie di lievito con supplemento di appiccicosità. La gelatina, dal canto suo, svolge due compiti in uno: dà coesione all’impasto e allo stesso tempo fa da nutrimento per le cellule di lievito. Detta così sembra la ricetta di un budino, però l’impasto funziona.
Il passaggio successivo avviene dentro la stampante 3D, in ambiente che riproduce le condizioni marziane, quindi pressioni e temperature bassissime. Sono proprio quelle condizioni estreme a fare il lavoro sporco: appena la miscela esce dall’ugello e incontra l’atmosfera simulata, si solidifica. L’acqua congela in fretta e poi sublima di colpo, passando direttamente allo stato di vapore e lasciando dietro di sé una sostanza porosa, simile a una schiuma. Il materiale indurito che ne risulta è paragonabile a un calcestruzzo di bassa qualità terrestre.
Un materiale scadente che è un vantaggio
La qualità mediocre, in questo caso, non è un difetto ma una scelta interessante. Quel calcestruzzo regge abbastanza da permettere costruzioni utilizzabili e, quando l’edificio o il pezzo non servono più, si decompone senza complicazioni. Dai resti si può recuperare il lievito e rimetterlo in circolo, chiudendo il cerchio del riutilizzo. Un cantiere marziano con scarti quasi azzerati, in pratica.
Sul fronte delle dimensioni siamo ancora agli inizi. Le uniche strutture realizzate sono cupole da tappo di bottiglia, eppure i test di resistenza indicano che con questo materiale si potrebbero tirare su edifici stabili di uno o due piani qui sulla Terra. Considerando che la gravità terrestre è tre volte superiore a quella marziana, su Marte lo stesso impasto potrebbe reggere strutture con parecchi piani in più.
Il nodo irrisolto resta il lievito
La domanda vera riguarda la sopravvivenza dei microrganismi. Che il lievito modificato riesca a vivere e lavorare sotto pressioni e temperature marziane simulate è già stato osservato. Marte però è ostile per altri motivi, a partire dalle radiazioni cosmiche, e nessun laboratorio terrestre riproduce quel contesto in modo completo. Servirebbe portare un campione di questi lieviti direttamente sul posto, per verificare sul campo se in una futura colonizzazione possano davvero dare una mano a costruire. Il passo avanti verso una muratura marziana è consistente, ma la distanza da colmare prima che diventi qualcosa di concreto è ancora parecchia.








