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Luna, tracce di civiltà aliene nel suolo: l’ipotesi del SETI

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Torna in circolazione, dopo decenni passati ai margini, un’idea che il SETI aveva già accarezzato in passato: cercare tracce di civiltà aliene non nello spazio profondo, ma nel suolo lunare. Un nuovo studio riprende quel filo e lo porta a una conclusione che suona provocatoria quanto affascinante, ovvero che potremmo non essere l’unica specie ad aver lasciato segni di tecnologia sulla Luna. Il ragionamento, ridotto all’osso, è semplice. Per decenni la ricerca di intelligenze extraterrestri si è concentrata sull’ascolto, sulle antenne puntate verso stelle lontane nella speranza di intercettare un segnale radio che non fosse rumore di fondo. Un approccio che ha un limite evidente, perché richiede che qualcuno stia trasmettendo proprio adesso, proprio nella direzione giusta, proprio sulla frequenza che stiamo monitorando. Gli oggetti fisici, invece, restano. E restano parecchio a lungo.

Perché proprio la Luna

Il nostro satellite è, sotto molti aspetti, un archivio. Niente atmosfera che eroda le superfici, niente pioggia, niente vento, niente tettonica che rimescoli tutto ogni qualche milione di anni. Ciò che finisce sulla Luna tende a rimanerci, coperto lentamente dalla polvere e dai detriti sollevati dagli impatti dei micrometeoriti. È il motivo per cui le impronte lasciate dalle missioni Apollo sono ancora lì, praticamente identiche a come erano il giorno in cui vennero impresse.

Da qui l’intuizione alla base della ricerca di tecnofirme: se una civiltà avanzata avesse mandato una sonda, un rilevatore, un qualsiasi manufatto nel Sistema Solare in un passato anche remotissimo, la superficie lunare sarebbe uno dei posti migliori in cui quel manufatto potrebbe essersi conservato. Non un messaggio da decifrare, ma un oggetto da trovare. La differenza non è da poco, perché sposta il problema dall’ascolto passivo alla perlustrazione attiva di un territorio che, per una volta, è raggiungibile.

Un’idea vecchia che oggi ha strumenti nuovi

Il concetto non nasce adesso. Circola nella comunità scientifica da decenni, ma è rimasto a lungo poco più di una curiosità teorica, per una ragione pratica banale: mancavano i mezzi per andare a controllare. Setacciare la regolite, lo strato di polvere e frammenti che ricopre il satellite, è un’impresa che richiede presenza sul posto oppure sistemi di osservazione capaci di distinguere un dettaglio anomalo in mezzo a milioni di crateri e rocce.

Oggi lo scenario è diverso. Le missioni lunari si sono moltiplicate, le mappature ad alta risoluzione della superficie sono sempre più dettagliate e l’idea di frugare sistematicamente in quel materiale ha smesso di sembrare pura fantascienza. Il SETI ci vede una direzione complementare rispetto alle antenne radio, non un’alternativa: due strade che cercano la stessa risposta partendo da presupposti opposti.

Resta il punto più delicato, quello che qualsiasi ricercatore mette subito sul tavolo. Trovare un oggetto che non dovrebbe essere lì significa dover escludere, uno per uno, tutti i modi in cui quell’oggetto potrebbe essere finito lì per vie del tutto naturali o umane. La Luna ha già accumulato una discreta quantità di detriti terrestri, tra stadi di razzi, sonde schiantate e strumentazione abbandonata, e distinguere il nostro spazzatura spaziale da qualcosa di davvero estraneo richiederebbe un lavoro di analisi rigorosissimo.

L’aspetto interessante è proprio questo capovolgimento di prospettiva. Invece di aspettare che qualcuno ci parli, si va a controllare se qualcuno è già passato di qui. E secondo lo studio, la possibilità che sulla superficie lunare ci siano segni di tecnologia non umana merita di essere presa sul serio, abbastanza da giustificare una ricerca sistematica nel terreno che abbiamo più vicino.

Fonte: TecnoAndroid

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