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Luna, i microbi terrestri potrebbero sopravvivere al polo sud

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Se gli esseri umani metteranno piede sul polo sud lunare, con loro arriveranno anche i microbi, e la parte curiosa della faccenda è che quei passeggeri invisibili potrebbero cavarsela molto meglio del previsto. Non si parla di forme di vita che prosperano o si moltiplicano allegramente sulla superficie, ma di organismi capaci di resistere, di restare lì, magari inattivi, per un tempo difficile da immaginare. Un dettaglio che sembra minore e invece tocca una delle questioni più delicate dell’esplorazione spaziale.

La regione polare meridionale della Luna è diventata negli ultimi anni il bersaglio preferito delle agenzie spaziali. Il motivo è noto: lì si concentrano zone che il Sole non raggiunge mai, crateri profondi rimasti al buio per epoche geologiche, freddi in un modo che sulla Terra semplicemente non esiste. Sono proprio quelle condizioni estreme a rendere il posto interessante per chi progetta missioni, e allo stesso tempo a renderlo un ambiente sorprendentemente ospitale per certi tipi di contaminazione biologica.

Perché il freddo estremo può diventare un alleato dei microrganismi

Il ragionamento è meno paradossale di quanto sembri. Il vero nemico della vita microbica nello spazio non è tanto il gelo quanto la radiazione, il vuoto spinto, gli sbalzi termici violenti. Nelle aree permanentemente in ombra del polo sud lunare alcune di queste minacce si attenuano. Il buio protegge, le temperature bassissime rallentano ogni processo di degradazione, e ciò che viene depositato tende a rimanere dov’è, senza vento, senza acqua liquida in movimento, senza nulla che lo dilavi. In pratica una specie di congelatore naturale su scala planetaria.

Ogni missione umana porta con sé una quantità enorme di materiale organico. Tute, strumenti, moduli abitativi, rifiuti, la pelle stessa degli astronauti. Sterilizzare tutto in modo assoluto è impossibile, e nel caso di equipaggi in carne e ossa il problema si moltiplica, perché il corpo umano è esso stesso un ecosistema affollato. Da qui la preoccupazione che accompagna il ritorno sulla Luna: la protezione planetaria non riguarda solo Marte o le lune ghiacciate di Giove e Saturno, ma anche il nostro satellite, soprattutto in quei punti che gli scienziati vorrebbero studiare intatti.

Il rischio di rovinare gli esperimenti prima ancora di farli

C’è un aspetto pratico che spesso passa in secondo piano. Le regioni in ombra del polo sud lunare custodiscono depositi che potrebbero raccontare la storia del sistema solare interno, materiali arrivati da lontano e rimasti intrappolati per miliardi di anni. Se in quegli stessi luoghi finiscono tracce biologiche terrestri, distinguere ciò che è arrivato dallo spazio da ciò che è stato portato da una navetta diventa un lavoro complicato. Il rischio è sporcare il laboratorio prima ancora di aver iniziato l’esperimento.

Resta poi la domanda più ampia, quella che va oltre la logistica delle missioni. Lasciare in giro microbi terrestri significa, di fatto, avviare una forma di semina biologica del sistema solare, senza averlo davvero deciso. Non un progetto, non una scelta ponderata, piuttosto un effetto collaterale di ogni sbarco. E se un giorno qualcuno trovasse tracce di vita su un altro corpo celeste, dover verificare che non siano semplicemente il residuo di una visita precedente sarebbe un finale piuttosto deludente.

Il fatto che i microbi possano sopravvivere così bene in quelle condizioni sposta la questione dal piano teorico a quello operativo. Non è più un dubbio filosofico su cosa sia giusto fare nello spazio, ma un parametro concreto da mettere nei piani di missione, accanto ai consumi di carburante e ai sistemi di atterraggio. Se davvero la Luna diventerà una tappa fissa, ogni impronta lasciata al polo sud lunare porterà con sé qualcosa di vivo.

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