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Nonostante i titoli che parlavano di catastrofe imminente, Bitcoin non ha subito alcun attacco e la sua blockchain ha continuato a produrre blocchi e registrare transazioni come sempre. Quello che è successo davvero riguarda Liquid Network, una rete usata soprattutto da operatori professionali del settore delle criptovalute, dalla quale il 6 settembre sono usciti circa 4mila bitcoin per un controvalore di 320 milioni di dollari, pari a circa 275,5 milioni di euro. Un gruppo di hacker etici ha individuato una falla, se n’è servito e poi ha dichiarato di essere pronto a restituire tutto una volta che il circuito sarà messo in sicurezza.
Che cosa è Liquid Network e a cosa serve L-BTC
Liquid è una catena laterale di Bitcoin, in gergo una sidechain. Tradotto, una blockchain autonoma che gira in parallelo a quella principale ma con regole sue. Nasce per dare agli operatori professionali tempi di regolamento più prevedibili, maggiore riservatezza sugli importi e supporto a diversi tipi di attività digitali. La gestione avviene attraverso una federazione che comprende decine di aziende e organizzazioni del settore, mentre le funzioni più delicate sono affidate a un gruppo di operatori tecnici chiamati functionaries.
Qui sta la differenza sostanziale. Bitcoin affida la creazione dei blocchi al mining e alla proof of work, cioè a una rete aperta di computer che competono a colpi di calcolo e vengono ricompensati con nuove criptovalute. Liquid, invece, affida la firma dei blocchi a un gruppo definito di soggetti.
Per usare bitcoin dentro Liquid entra in gioco L-BTC, abbreviazione di Liquid Bitcoin. Un L-BTC rappresenta un bitcoin depositato sulla catena principale e custodito dalla federazione, con un rapporto previsto di uno a uno. Il passaggio si chiama peg in, l’utente invia i BTC a un indirizzo controllato dalla federazione e, dopo le conferme, Liquid crea la quantità equivalente di L-BTC. Il movimento inverso è il peg out, gli L-BTC vengono eliminati dalla circolazione e la federazione libera i BTC corrispondenti. Secondo la documentazione della rete, l’operazione richiede in media circa 17 minuti. Esiste anche una chiave di autorizzazione, la PAK, che serve a dimostrare che la richiesta di uscita arriva da un soggetto autorizzato.
Come sono usciti quasi 4.000 bitcoin dalla riserva
Tutto è partito da una richiesta apparentemente normale, convertire circa 4.000 bitcoin presenti sulla rete Liquid in bitcoin veri e propri. Peccato che quei crediti digitali fossero stati creati sfruttando un errore nel software che fa funzionare la rete. Il sistema, in sostanza, ha considerato validi dei bitcoin interni che non corrispondevano ad alcun deposito reale fatto in precedenza.
Liquid ha fatto esattamente ciò per cui esiste. Ha ricevuto i crediti, li ha giudicati legittimi e ha autorizzato l’uscita dalla riserva di quasi 4.000 bitcoin reali verso l’indirizzo indicato. Gli hacker etici non hanno forzato il deposito, hanno trovato il difetto nel meccanismo che decide quali crediti possono diventare bitcoin veri. Per questo parlare di blockchain violata è fuorviante.
L’8 settembre è arrivato il primo sviluppo concreto, con la restituzione di 3.400 bitcoin. All’appello ne mancano 598, per un controvalore di circa 40 milioni di euro, e non si sa se e quando torneranno indietro. Liquid Network nel frattempo ha messo in pausa ogni transazione per chiudere la falla e le operazioni non sono ancora concluse.
Perché la blockchain di Bitcoin resiste alle manomissioni
Il registro di Bitcoin viene spesso descritto come inviolabile. Più corretto dire estremamente resistente alle manomissioni. Funziona come un enorme libro contabile pubblico le cui pagine, i blocchi, contengono transazioni e sono legate alla precedente da una funzione crittografica chiamata hash, una specie di impronta digitale del contenuto.
Basta cambiare un dettaglio minimo e quell’impronta si trasforma completamente. Se qualcuno provasse a modificare una vecchia transazione da 1 bitcoin facendola diventare da 10, l’hash non combacerebbe più con quello registrato dal blocco successivo, e per coprire la manipolazione bisognerebbe rifare tutti i blocchi venuti dopo, mentre il resto della rete continua ad aggiungerne di nuovi. Il registro, poi, vive su migliaia di computer sparsi nel mondo, i nodi, ognuno dei quali conserva la storia completa e verifica che le regole siano rispettate. Rubare bitcoin, però, è un’altra faccenda, e il caso Liquid lo dimostra.
Fonte: TecnoAndroid








