In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
Parlare di fede in pubblico, per un attore, resta un terreno scivoloso, e Jaime Lorente lo sa bene: “Se dici che sei credente, ti collocano in un posto politico. Ma io credo che la fede vada un pochino oltre”. Una frase che dice molto di dove si trova oggi l’interprete spagnolo, diventato famoso in tutto il mondo con il ruolo di Denver in La casa di papel e ora al suo debutto dietro la macchina da presa.
Nato nel quartiere di El Carmen a Murcia nel 1991, oggi ha 34 anni e non ha mai fatto mistero di essere stato uno studente pessimo. A rimettere in carreggiata tutto quanto è stato il consiglio di un professore delle superiori, che gli suggerì di provare con il teatro. Nato come semplice attività extrascolastica, è diventato prima un sogno e poi un mestiere vero, con cui pagare le bollette. Dopo la formazione nella sua città, il trasferimento a Madrid per cercare fortuna, con la convinzione di essere sostanzialmente un animale da palcoscenico. Poi è arrivata la televisione a cambiare i piani.
Da Denver alla parte più buia del successo
La prima occasione arriva con la soap quotidiana spagnola El secreto de Puente Viejo, ma subito dopo firma per La casa di papel, serie che all’epoca nessuno immaginava sarebbe esplosa come fenomeno planetario. Denver, con quel carisma sfacciato e la risata inconfondibile, è ancora oggi il motivo principale per cui la gente lo ferma per strada. Lui però ha sempre ripetuto che con quel personaggio non ha praticamente nulla in comune.
Del resto quella notorietà arrivata dalla sera alla mattina non gli ha lasciato ricordi tutti positivi. Gli ha dato tutto sul piano professionale, certo, ma lo ha anche trascinato in un periodo complicato, con la sensazione di aver perso proprio quello a cui teneva di più. “Comincio a uscire di meno, e la gente non mi chiama più per chiedermi come sto. Pensano che io sia molto occupato, che non sia il momento. Non servo più a quello a cui servivo, cioè stare con i miei amici e sistemare la vita quando eravamo insieme”, ha raccontato in un podcast dedicato al tema del successo.
The Bad Son, il debutto alla regia di Jaime Lorente
Quasi dieci anni dopo quell’esplosione, la carriera è lunga e il momento personale è sereno: ha costruito una famiglia con la moglie Marta Goenaga e i due figli piccoli. E soprattutto ha diretto il suo primo film, The Bad Son, con Susi Sánchez, Miguel Ángel Puro e Óscar de la Fuente nel cast. Alla fine di luglio è arrivata la conferma che il film gareggerà alla 74ª edizione del Festival di San Sebastián, nella sezione New Directors.
“È l’illusione professionale della mia vita”, ha spiegato in un’intervista lo scorso ottobre 2025. “Avevo molta voglia di parlare della malattia della dipendenza, ma da un punto di vista un po’ diverso da quello che abbiamo visto in altri film, perché è difficile empatizzare con quello che il cinema molte volte ci ha messo davanti sullo schermo”.
La fede come rifugio, senza etichette
Da tempo Jaime Lorente parla apertamente di come la chiesa e la fede in Dio siano diventate il suo rifugio migliore. Credente per “eredità educativa”, dice, ma in questa fase della vita anche molto praticante: va a messa con regolarità e sostiene di aver trovato la parte della chiesa “meno viziata dalla quantità di barbarie commesse da molte persone in suo nome”.
“Credo che dovrebbe accogliere tutti e che tutti dovrebbero poter andare liberamente a pregare, andare a messa senza essere giudicati né sentirsi giudicati”, ha detto ragionando sul numero crescente di personaggi noti che parlano della propria fede. E ammette anche la paura provata a lungo: “Ho pensato che se dico di essere una persona credente magari ne risento sul lavoro, magari percepiscono che sono uno ancorato agli antipodi. E invece no. Anzi, sono super vicino a Gesù Cristo perché mi aiuta a rispettare e voler bene a tutti molto di più”.









