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IT Wallet, Intesa è il primo verificatore privato accreditato

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IT Wallet apre ufficialmente le porte ai soggetti privati, e il primo nome a passare dalla teoria alla pratica è quello di Intesa, azienda parte di Havant Group che ha ottenuto l’accreditamento come Verificatore di Attestati Elettronici. Una definizione tecnica che dice poco a chi non lavora nel settore, ma che in sostanza significa una cosa semplice: quando un cittadino mostrerà un documento digitale dal proprio portafoglio elettronico, dall’altra parte servirà qualcuno in grado di controllare che quel documento sia autentico. Ed è esattamente il ruolo che Intesa, da non confondere con Intesa Sanpaolo, si è appena guadagnata.

Secondo quanto comunicato dall’azienda, si tratterebbe al momento dell’unico soggetto privato iscritto nel registro con questa funzione. Attorno ci sono l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, amministrazioni pubbliche e altri enti, tutti già dentro la federazione. Un dettaglio che spiega bene la direzione: l’ecosistema nasce pubblico, ma inizia a fare spazio anche alle imprese.

Cosa fa davvero un verificatore di attestati elettronici

Il lavoro del verificatore consiste nel validare gli attestati digitali che arrivano attraverso il wallet. Possono riguardare l’età di una persona, la residenza, un titolo di studio o professionale. In ogni caso la domanda a cui rispondere è sempre la stessa, ovvero se quel dato sia valido e se provenga da una fonte riconosciuta. Detta così sembra un controllo banale, in realtà dietro c’è un’infrastruttura tecnica piuttosto esigente.

Per stare dentro la federazione bisogna gestire chiavi crittografiche, certificati con validità limitata nel tempo e rispettare in modo continuativo i profili tecnici definiti dal Trust Anchor, che è gestito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Nessuna configurazione da fare una volta e poi dimenticare, quindi. Si tratta di una manutenzione costante, con regole che vanno seguite alla lettera pena l’uscita dal circuito. È il motivo per cui l’accreditamento non è una formalità burocratica ma una specie di esame permanente.

Intesa collega questo passaggio al proprio profilo di Qualified Trust Service Provider, ruolo che l’azienda già svolge, e al lavoro fatto sui progetti europei legati all’European Digital Identity Wallet. Prima con il consorzio Potential, ora con We Build. Un percorso che spiega perché l’azienda si sia mossa con un certo anticipo rispetto agli altri privati.

La scadenza del 2027 e i settori coinvolti

Qui arriva la parte che interessa di più le imprese italiane. Intesa richiama l’articolo 5f del regolamento eIDAS2, la norma europea che disciplina identità e servizi fiduciari digitali. Il testo prevede che dal 24 dicembre 2027 alcune categorie di soggetti privati abbiano l’obbligo di accettare il wallet come strumento di identificazione e autenticazione forte. Non un’opzione da valutare, quindi, ma un adempimento con una data precisa già scritta.

L’elenco dei settori coinvolti è ampio e tocca praticamente tutti i servizi con cui una persona ha a che fare durante l’anno. Banche, istituti di pagamento, assicurazioni, operatori telco, aziende energetiche, trasporti, sanità e istruzione. Comparti regolamentati, dove le procedure di verifica dell’identità sono già oggi parte del lavoro quotidiano e dove l’arrivo di uno standard comune europeo cambia il modo in cui quelle procedure vengono eseguite.

Il senso dell’operazione, per chi guarda dal lato dell’utente, è che i controlli documentali diventeranno una questione di pochi passaggi sullo smartphone anziché di fotocopie e caricamenti di file. Per chi guarda dal lato aziendale il discorso è diverso: significa attrezzarsi con i sistemi giusti per dialogare con l’IT Wallet e con il wallet europeo, e farlo entro la scadenza fissata. L’accreditamento di Intesa segna il punto in cui questo passaggio smette di essere un progetto sulla carta e comincia a produrre effetti concreti nel registro ufficiale della federazione italiana.

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