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Instagram, i falsi reclami copyright che ricattano i creator

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I falsi reclami di copyright sono diventati l’arma preferita di chi vuole estorcere denaro ai creator di Instagram, e il meccanismo funziona proprio perché è semplicissimo. Una segnalazione parte, l’account finisce sotto sanzione, e nessuno controlla prima se quella segnalazione abbia un fondamento. Un’inchiesta della BBC ha raccolto le voci di diversi creator finiti in questo tritacarne, tutti con storie che si somigliano fin troppo.

Il punto debole è strutturale. Instagram agisce contro il profilo segnalato senza verificare la legittimità del reclamo, e questo significa che una raffica di denunce inviate dallo stesso indirizzo mail basta a far scattare le sanzioni automatiche di Meta. Violazioni ripetute, sospensione temporanea, perdita della monetizzazione. A quel punto il presunto titolare dei diritti si fa vivo, di solito spostando la conversazione su Telegram, e propone il ritiro della segnalazione dietro pagamento. Un ricatto vero e proprio, travestito da questione legale.

Le storie di chi ci è passato

La pagina Lost in Time History, oltre 1,5 milioni di follower, racconta bene la dinamica. Il gestore, che si fa chiamare Olly, ha ricevuto decine di reclami definiti da lui stesso “palesemente falsi” nel corso del 2026, pur pubblicando immagini di pubblico dominio o autorizzate dai titolari. Ha pagato circa 45 euro in criptovaluta a uno degli estorsori, convinto che la procedura di appello di Meta fosse troppo lenta per salvargli l’account. Risultato: nuovi strike quasi subito dopo il pagamento, e alla fine la demonetizzazione.

Abin Tom Sebastian, che gestisce Morbid Kuriosity, ha perso contratti pubblicitari finiti nelle mani di altri creator mentre la sua situazione restava bloccata. La sua lamentela riguarda soprattutto il supporto di Meta, praticamente irraggiungibile se non si paga. L’abbonamento Verified di Instagram, in Italia 13,99 euro al mese da desktop e 16,99 euro da mobile, offre assistenza prioritaria via chat. Si crea così un doppio binario tra chi paga e chi no, con una differenza di trattamento che pesa parecchio quando c’è un account da salvare. Meta ha risposto sostenendo che i propri sistemi sono progettati per proteggere gli utenti da questo genere di abusi. L’azienda ha aggiunto di aver ripristinato i contenuti coinvolti nei casi segnalati e di aver attivato protezioni aggiuntive sugli account colpiti.

Chi manda le segnalazioni e cosa dice la legge

Tre persone che inviano segnalazioni di copyright senza essere titolari dei diritti hanno accettato di rispondere, dichiarandosi basate in India o in paesi vicini. Negano di tenere in ostaggio gli account e sostengono di agire per conto di legittimi proprietari. Una di queste fonti ha però chiesto circa 800 euro per ritirare uno strike, ammettendo di trattenere l’intera cifra. Le altre due hanno negato di guadagnare qualcosa.

Sul fronte giudiziario qualcosa si muove. La società di cybersicurezza Bitdefender ha riferito che a luglio l’Alta Corte di Delhi ha ordinato a Meta di consegnare i dati degli abbonati e i file di registro digitali, quelli che conservano gli indirizzi IP usati per collegarsi, in un caso di presunta estorsione legata a segnalazioni fraudolente contro un creator. Andres Guadamuz, esperto di proprietà intellettuale digitale all’Università del Sussex, ricorda che il fenomeno in sé non è una novità. Mail e lettere che rivendicavano falsamente diritti su fotografie online per spillare soldi ai proprietari dei siti giravano già anni fa. Quello che cambia oggi è la scala: l’intelligenza artificiale permette di automatizzare l’invio di reclami fasulli a raffica, e le piattaforme faticano sempre di più a separare le segnalazioni vere da quelle costruite a tavolino.

Cosa fare se arriva la richiesta di denaro

Il consiglio più netto di Bitdefender riguarda i pagamenti: non versare mai un euro a chi minaccia nuovi strike, perché il denaro non ferma le molestie, semmai le incoraggia. Meglio conservare ogni prova possibile, dagli screenshot delle segnalazioni ai messaggi fino alle richieste di pagamento, e muoversi soltanto attraverso i canali ufficiali della piattaforma per contestare un reclamo. C’è poi un dettaglio che molti sottovalutano. L’account mail collegato al profilo social va protetto con una password unica e con l’autenticazione a più fattori, perché resta il varco più esposto a un attacco di phishing camuffato da assistenza per il recupero dell’account.

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