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Impianto cerebrale traduce parole e gesti di chi è paralizzato

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Un impianto cerebrale capace di tradurre non soltanto le parole che restano bloccate in gola, ma anche i gesti che le mani non riescono più a compiere: è questa la direzione presa da un gruppo di ricercatori impegnati a restituire voce e linguaggio del corpo alle persone con paralisi. L’idea di partenza sembra semplice, quasi ovvia. Chi non può parlare né muoversi conserva comunque, nel cervello, l’intenzione di dire e di gesticolare. Il punto è riuscire a leggere quell’intenzione e trasformarla in qualcosa di comprensibile per chi sta dall’altra parte.

Il lavoro nasce da un obiettivo dichiarato: permettere alle persone con disabilità di esprimere davvero tutto quello che vogliono comunicare, non una versione ridotta e scheletrica dei loro pensieri. Perché la comunicazione umana, chiunque ci abbia fatto caso almeno una volta lo sa, non passa solo dalle parole. Passa da un sopracciglio alzato, da una spallata, da una mano che si apre mentre si cerca il termine giusto.

Impianto cerebrale: quando il gesto dice qualcosa che la parola non dice

Proprio qui i ricercatori si sono imbattuti in una sorpresa. Si tende a immaginare che la comunicazione non verbale funzioni come un accompagnamento fedele del discorso, una specie di colonna sonora gestuale che segue il testo. Nella pratica le cose sono più complicate. Verbale e non verbale non sono sempre complementi lineari l’uno dell’altro. Possono divergere, sovrapporsi in modo disordinato, perfino contraddirsi.

Chi si occupa di interfacce cervello computer conosce bene questo tipo di ostacolo. Decodificare l’attività neurale legata al linguaggio è già di per sé un problema complesso, perché significa distinguere segnali estremamente sottili e trasformarli in fonemi, parole, frasi. Aggiungere i gesti significa moltiplicare le variabili. Un conto è capire che una persona sta cercando di dire una certa parola, un altro è capire che contemporaneamente sta provando ad alzare un pollice o a scuotere la testa, e che quel movimento potrebbe avere un senso autonomo rispetto alla frase.

Restituire un linguaggio completo, non un sottotitolo

La posta in gioco è alta. Per una persona che ha perso la capacità di parlare e di muoversi, disporre soltanto di un sistema che sputa fuori frasi asciutte significa comunicare al minimo sindacale. Manca l’ironia, manca l’enfasi, manca il dubbio. Manca tutto quel margine di ambiguità e di calore che rende una conversazione qualcosa di più di uno scambio di informazioni. Un impianto che riesce a intercettare anche il gesto mancato prova invece a ricostruire un linguaggio più pieno.

C’è poi un aspetto che riguarda il modo in cui il cervello organizza tutto questo. Le aree coinvolte nel movimento e quelle coinvolte nella produzione del linguaggio non sono compartimenti stagni, e l’intenzione di comunicare sembra muoversi lungo percorsi che non rispettano le divisioni pulite dei manuali. Lavorare su entrambi i canali costringe quindi a rivedere alcune convinzioni consolidate su come parole e movimenti si intreccino.

Per chi vive con una paralisi severa, il risultato pratico di questa ricerca potrebbe essere la possibilità di tornare a farsi capire in modo più naturale, senza che ogni scambio diventi una faticosa traduzione a senso unico. E per chi studia il cervello, la scoperta che il non verbale non segue docilmente il verbale apre un cantiere di lavoro che va ben oltre la tecnologia degli impianti.

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